El diablo e l'acqua santa

di Luigi Scardigli

PRATO. Peccato che i suoi buoni propositi li voglia anche spiegare. Se tacesse i proclami, sarebbe perfetto. Ma una stanza nel palazzo del rock and roll, qualora dovessero costruirlo, sarebbe sicuramente sua, già in fase di progettazione, con tanto di targhetta sulla porta: Piero Pelù. È un rocker, il cantautore fiorentino, e lo sa fare, alla perfezione, senza se e senza ma, anche se ora la chioma, che resta incredibilmente fluente, si è un po' imbiancata. È un rocker anche fuori dal palco, così rocker che oltre a sposare attivamente le cause della sofferenza globale, che sono poi quelle che ti suggeriscono l’arte, ci si immedesima forse con eccessiva strategia, con quel timbro di voce da straniero posticcio. È nato per cantare il rock, Piero Pelù e quelli che ieri sera, a Prato, in piazza del Duomo, hanno sfidato le incerte condizioni atmosferiche, rese malvage da un freddo improvviso, ne hanno avuto la giusta ennesima riconferma. Ennesima, sì, perché la prima fila, quella appoggiata alle transenne, quella che vuole esserci fino in fondo ai suoi concerti, fino a dentro, era popolata da una comitiva di ragazze e giovanotti della provincia di Varese, con tutti i talismani de el diablo al seguito, reggiseni compresi, accuratamente legati al ferro dell’invalicabilità degli spettatori e pronti per essere lanciati a Regina di cuori; né prima, né dopo.

Loro, ma anche chi stava subito dietro, della storia del rocker toscano sanno tutto: vita e miracoli. Morte ancora no, per fortuna e speriamo che succeda il più tardi possibile. Perché del rock dei Litfiba, questo paese (la p continua a essere minuscola, naturalmente) ne ha estremo bisogno, soprattutto da quando la coppia adolescenziale Pelù/Renzulli è provvidenzialmente tornata sui propri passi separatisti e ha deciso, capendolo perfettamente, che insieme, Piero e Ghigo, hanno decisamente maggior ragion d’essere di quanto non possa succedere da separati. El diablo e l’acqua santa, del resto, sono due estremi che si bilanciano solo se miscelati, con una band intorno che capisce perfettamente quale sia l’umore del tour Eutòpia, che i risorti Litfiba stanno portando trionfalmente in giro per l’Italia. Prato ha risposto un po’ più timidamente rispetto all’affetto oceanico registrato dagli organizzatori in altre piazze, ma non si può non considerare l’effetto serra di un autunno improvviso e la letale coincidenza televisiva dell’Italia mondiale del calcio, schiaffeggiata dai colleghi spagnoli. Sta bene, Piero Pelù, è in forma: il fisico continua a consentirgli una vita da rocker; la voce è ancora quella di Terremoto, lo spartiacque generazionale dei Litfiba, la consacrazione che loro stessero facendo sul serio e che nessuno si sarebbe potuto permettere il lusso di chiuderli in un cassetto di ricordi stagionali. Il prode Ghigo imbraccia una chitarra chirurgica, precisa, profondissima: è attento, Renzulli, non sbaglia mai e stare all’ombra del camaleontico Piero è un posizionamento ormai collaudato e condiviso. Lo sanno bene anche Luca Martelli, energico batterista, Ciccio Licausi, un basso elegante e Fabrizio Simoncini alle tastiere, che con i Litfiba, oltre che la condivisione e l’affetto delle migliaia di spettatori, è garantita anche l’energia, che non può essere centellinata.

Anche con Eutòpia è così, anche con l’ultimo lavoro di sala di registrazione, Pelù e Renzulli hanno confermato la loro totale repulsione all’estremismo e al fanatismo religioso, all’inquinamento atmosferico e morale, ricordando e invitando a vendicarle, una volta per tutte, le vittime della ‘Ndrangheta, la più impermeabile, forse invincibile (come sussurrava il vecchio Caponnetto), delle tante Mafie che da tempo hanno preso in ostaggio questo paese senza capi né code, senza colonna vertebrale, così abituato a sopportare fino ad aver perso il desiderio e il diritto di liberarsi.

Meglio Meno - Direttore responsabile Luigi Scardigli luigi.scardigli@gmail.com
Registrazione 9-2015 del 19 novembre 2015 presso il tribunale di Pistoia.