Con quale bilancia si pesa la cultura?

di Samuele Manduca

PISTOIA. Il 25 gennaio 2016 è per i pistoiesi un giorno storico: Pistoia fu infatti insignita in quella data del titolo di Capitale Italiana della Cultura per l'anno 2017. Sarebbe però meglio dire che più che storica, quella giornata di proclamazione, fu un momento fatidico per la città, perché da quell'istante in poi tutti, chi più chi meno, iniziarono seriamente a chiedersi la stessa identica domanda: perchè noi? Il consesso di ieri sera (29 novembre) si svolgeva nella sede della Fondazione Caripit e voleva essere una riflessione collettiva che, tra le altre cose, desse una risposta a quella stessa domanda o almeno ci aspettavamo che così fosse anche grazie all'aiuto del sindaco di Pistoia, della organizzatrice di eventi culturali Giulia Cogoli (laurea in scienze politiche, ideatrice e direttrice dei Dialoghi sull'Uomo che ogni primavera si svolgono in città a partire dall'anno 2010 ) e soprattutto di Guido Guerzoni, laureato in economia aziendale, dottorato in ricerca sulla storia economica e sociale ed attualmente docente presso la prestigiosa Università Bocconi di Milano in due corsi: Politica del Turismo e Museum Management.

Non a caso, nella prolusione alla conferenza del professor Guerzoni fatta dal Presidente della Fondazione Caripit, Luca Iozzelli si diceva: "volevamo commissionare uno studio a una persona professionalmente adeguata che appurasse se Pistoia fosse il luogo giusto per organizzarvi un festival culturale, chiedendogli anche di cosa potessimo parlare all'interno di esso in modo da sviluppare un'unicità per Pistoia, perchè di festival culturali in Italia ve ne sono molti e quindi essere un duplicato di qualche altra manifestazione a giro per il paese non sarebbe stato buono". Si scelse dunque in questo senso il tema dell'antropologia della contemporaneità. Iozzelli ci tiene poi a precisare che per l'allestimento del festival e la scelta degli eventi da questo contenuti si è deciso di adottare un metodo scientifico che ha visto, come soggetti collaboranti, la Fondazione stessa e il Comune di Pistoia. Seguendo l'ottica di questa rigorosità scientifica delle scelte da fare si è poi arrivati a quella di Guido Guerzoni, perché il primo a interessarsi dell'impatto economico degli eventi culturali con un libro che fece scuola: Effettofestival. L'impatto economico dei festival di approfondimento culturale (La Spezia, Fondazione Carispe, 2008). Il motivo della scelta, ricaduta su questo esperto, è stato dunque quello di continuare l'esplorazione scientifica di come le manifestazioni culturali "atterrino" (durante la prima edizione dei Dialoghi nel 2010 si parlò di essi criticamente come di un'astronave sospesa sulla città), sui territori dove vengono allestite e dunque, in questa direzione, Guerzoni questa volta, conduce uno studio sul versante non dell'effetto squisitamente economico, ma anche di quello mediatico e comunicazionale, un effetto cioè valutabile sulla lunga distanza che intercorra tra il momento in cui Pistoia viene proclamata Capitale Culturale e i mesi immediatamente successivi al suo passaggio del testimone a Palermo, capitale della cultura per l'anno 2018. Ma il punto in cui inizia a colpirci di più durante questa presentazione è quando interviene la dottoressa Giulia Cogoli, la quale attacca la sua ricostruzione di quanto fatto per Comune e Fondazione a partire dal 2010 con i Dialoghi sull'Uomo, esibendo dati esclusivamente quantitativi: "il primo anno avevamo previsto di staccare cinquemila biglietti, ne vendemmo circa novemila"; "dall'inizio del festival alla sua prima edizione abbiamo più che triplicato il pubblico"; "il nostro festival dura tutto l'anno, perché, voglio dire, noi siamo dei produttori culturali (?) e lo siamo in quale maniera: sta per partire il Progetto Scuola, un progetto di insegnamento dell'antropologia culturale rivolto ai ragazzi dell'ultimo biennio delle scuole superiori. Sapete quanti ragazzi hanno partecipato a queste lezioni nei primi otto anni? Quindicimila studenti"; "da uno studio da me commissionato viene fuori che i ragazzi che partecipano ai nostri eventi culturali, anche come volontari nelle manifestazioni stesse, cambiano radicalmente la loro percezione della cultura: vedere la cultura dal vivo, partecipare, essere parte di quel valore esperenziale che un festival della cultura è, riporta in classe questi studenti con una visualizzazione molto concreta e molto forte di cosa sia la cultura e a cosa serva la cultura, cosa che i loro docenti spesso non riescono a fare durante le ore di insegnamento in classe". Segue poi la relazione di Guido Guerzoni che, in merito ai contraccolpi mediatici e comunicazionali di Pistoia Capitale Italiana dela Cultura e sui Dialoghi sull'Uomo in essa, esibisce tutta una serie di numeri e percentuali disposte in colonne su slides, che quantificano, misurano e confrontano tutta una serie di parametri di visibilità sui media e di esposizione comunicazionale che fanno capire che il titolo di capitale culturale e i risultati prodotti dai Dialoghi sono stati e continuano a essere estremamente vantaggiosi nel massimizzare l'impatto sull'opinione pubblica dell'immagine di Pistoia a parità di investimenti; in altre parol, il concetto di base del risultato raggiunto è il seguente: se Pistoia avesse investito per pruomuovere la propria immagine nel mondo attraverso un'esposizione mediatica e di strategia comunicazionale basata sull'advertisement classico (spazi su canali tv, web, riviste e quotidiani) senza ricorrere alla promozione del suo titolo di capitale della cultura e senza sfruttare l'occasione dei suoi festival culturali, avrebbe impiegato molte più risorse ottenendo molta meno visibilità e attenzione in cambio. La cornice italiana in cui il ricercatore bocconiano presenta questi risultati è quella di un paese in cui la cultura della valutazione manca: si tratta di capire che investire nella cultura è realmente un investimento e che, per dimostrarlo, esistono modi per misurare questo risultato. Come cambia la conoscenza e l'apprezzamento di un luogo come Pistoia dopo che in esso si sono organizzate delle manifestazioni culturali? Questo il punto di partenza da cui si inizializza la ricerca del docente attraverso l'uso di parametri come il numero di giornalisti venuti a Pistoia, i servizi fotografici fatti, il numero di personaggi noti intervenuti a Pistoia, il numero di articoli scritti sulla nostra città su quotidiani, riviste cartacee e on line, tutti dati che vengono analizzati e processati da appositi algoritmi in softwares ad hoc. E' chiaro che, in questa ricostruzione, il volume dei dati raccolti è esclusivamente quantitativo fino a questo punto ma, questo può essere affiancato anche da un momento qualitativo in cui oltre che a misurare quanto si parla di Pistoia si misura anche come se ne parla. E come avviene questa misurazione del come si parla di Pistoia? Misurando quante volte se ne parla bene. Domanda: a cosa serve parlare bene di un territorio nell'occasione di un allestimento culturale? Ad attrarre sponsors, cioè gruppi, organizzazioni private e pubbliche e società editoriali che, a vario titolo, parlano del tuo festival suscitando l'interesse di un'opinione pubblica che, mentre legge o vede di te come territorio in cui avviene quella manifestazione lì, legge o vede anche la pubblicità dell'ultimo libro postumo di Umberto Eco. Da notare che in questa processazione del dato e quantitativo e qualitativo, con cui questi metodi di analisi informatica funzionano, sono esclusi i socials (Facebook, Twitter, Instagram, Youtube e altre piattaforme), perché a detta del relatore essi non hanno un livello di attendibilità ancora scientificamente apprezzabile. Alla fine dell'incontro e di questa corposa rassegna di valori computazionali sulla esposizione mediatica della vostra città intervengono solo due domande, e anche questo a mio avviso è significativo: una giornalista che chiede al professore: "la raccolta di questi dati che lei sta raccogliendo fino a quando durerà"? ( Fino a marzo 2018); poi, un'altra: "e l'impatto mediatico di Pistoia come capitale culturale senza i dati reltivi ai Dialoghi"? (qui Guerzoni ha glissato un po', preferendo spostare sul paragone con Mantova, capitale culturale nel 2016, in cui l'impatto mediatico è stato sensibilmente minore rispetto a Pistoia anche perché ne aveva molto bisogno essendo una realtà più nota della nostra già in partenza). Quel che vogliamo dire cioè è che, al di là dell'oggettivo valore scientifico di questi studi voluti dalla Fondazione e che, è chiaro, servono perlomeno a far capire che i tre giorni dei Dialoghi hanno dei risultati apprezzabili, se non altro sul piano della rilevanza mediatica e del suo conseguente indotto turistico, continuiamo a credere che non sia questo, in questo momento di cui la città abbia veramente bisogno: siamo scesi anche questo anno, per contrapporci ai suddetti relatori con un'altra classifica di questi giorni, nella classifica della qualità del vivere (Il Sole 24 Ore dice che siamo al settantaseiesimo posto), ma a detta di Gogoli e Guerzoni facciamo grandi performances a livello culturale, o almeno questo accade nel periodo dell'ultimo weekend di maggio quando i Dialoghi si tengono. Se il 25 gennaio 2016 dunque, la domanda era: Perchè noi Capitale della Cultura?, il 29 novembre 2017 la domanda è: Perchè noi dovremmo misurare l'impatto sui media e sulla città di un qualcosa che, sostanzialmente, non abbiamo ancora capito? Misurare ciò di cui non comprendiamo consciamente la natura e l'utilità, cioè la cultura, può servire solamente a promuovere chi, a sua volta, queste misurazioni le propone e le promuove, cioè gli esperti e i loro mecenati, i quali si muovono continuamente sul filo rosso di una ambiguità di fondo che consiste nel confondere la cultura con la divulgazione culturale: organizzare un ciclo di incontri sul tema dell'antropologia culturale (o su un qualsiasi altro argomento di rilevanza culturale) non è infatti, necessariamente, fare cultura. Perchè? Perchè cultura sostanzialmente è un fenomeno complessivo, magmatico, sfuggente per sua natura alla misurazione e quindi alla riproducibilità in termini scientifici (i format culturali che producono i festivals come le serie tv sono il prodotto di comitati scientifici), che però quasi sempre nasce da un punto comune, e cioè la necessità di risposta a un problema che riguarda il nostro vivere e il nostro fare in questo mondo. Piccolo esempio: lo sapete come è nata la capitale del cinema mondiale, cioè Hollywood, che è anche una capitale mondiale della cultura? Ebbene, i primi studios cinematografici negli Stati Uniti non erano nel sudovest (California), ma nel nordest (New York), i primi lungometraggi necessitavano di bobine di celluloide molto grandi e pesanti che, per essere messe in movimento facendo scorrere il nastro senza che si creasse un loop che bloccava lo scorrimento della pellicola, necessitavano di un piccolo dispositivo tecnico che venne introdotto da un certo inventore, il quale naturalmente aveva un brevetto su questo meccanismo su cui bisognava pagare una tassa di utilizzo, che nella fascia orientale degli Stati Uniti d'America era molto ben applicata e rendeva le prime produzioni cinematografiche oltremodo costose. Quando i cineasti si resero conto che nello stato della California questi vincoli di brevetto e di tassazione sono molto meno monitorati dallo Stato federale, intuirono l'affare e cioè che in quello Stato produrre i primi lungometraggi è assolutamente meno costoso che in qualsiasi altra parte della nazione. Risultato: il centro di produzione di cultura cinematografica più importante del mondo nasce dal problema di usare in modo economicamente vantaggioso un dispositivo che non faccia bloccare la pellicola di celluloide! Nessun esperto laureato alla Bocconi potrà far mai nascere il processo culturale che caratterizza un territorio perchè la cultura è un fenomeno collettivo che non può essere pianificato scientificamente.

Meglio Meno - Direttore responsabile Luigi Scardigli luigi.scardigli@gmail.com
Registrazione 9-2015 del 19 novembre 2015 presso il tribunale di Pistoia.