Match-point

di Luigi Scardigli

PRATO. Sul dondolo ci giocano i bambini. Ma quando cala la sera e i piccoli sono già stati riportati in casa dalle mamme e, dopo aver fatto il bagnetto, messo il pigiama e portati a letto, sui dondoli, spesso, ci giocano i grandi, soprattutto quelli che sono a caccia del tempo perduto, facendo finta di non sapere che quel gioco è riservato a corporature esili e di scarso peso e che sotto lo sforzo degli adulti, rischiano di rompersi. Valentina Banci e Flavio Cauteruccio sono due di loro, due di noi, due scelti da Roberto Latini, che li ha vestiti da majorette e superman e li ha messi lì, ai lati del lungo tavolo, che spesso è un pendolo, uno scivolo, un trabocchetto, un gioco di prestigio, un esercizio ginnico, un amplesso, una tentazione, un rischio, una sodomia, affinché provino a parlarsi, confrontarsi, avvicinarsi. Confidando nel loro camaleontismo, nella loro sensualità, nella loro sessualità; con risultati empaticamente e scenicamente ideali, teatralmente sublimi. Il pubblico, quello del Fabbrichino di Prato, che ieri sera, 1° dicembre, ha assistito alla prima nazionale di Quartett (si replica fino al 17), per entrare fino in fondo nella visione surreale del testo di Heiner Muller, tradotto da Saverio Vertone e portato in scena da quel visionario di Roberto Latini,

ha indossato, con licenza di disobbedire riservata ai miopi e presbiti doc, una maschera, quella che non copre la sagoma del viso, ma che individua nello sguardo, nella visione, nell’essenza emotiva, la conversazione fatta di monologhi e scambi di parte tra la Marchesa di Marteuil e il Visconte di Valmont, molto più che dimezzato. Lei ha due forchette; lui, due coltelli: infilzarsi e tagliarsi, un gioco da ragazzi; desinare o cenare, sarà dura, senza un’equa compenetrazione, un semplice scambio di posate, almeno di una per parte. Ma il lungo nobile tavolo è in realtà una leva e ognuno, con una convinta pressione sulla propria estremità, potrà accaparrarsi tutto quello che sta dall’altra parte e lasciare l’altro a guardare, a bocca aperta, senza scampo. E così succede, ma soprattutto per invertire i ruoli, perché l’uno diventi l’altra e perché entrambi diventino spettatori, a loro volta, delle loro recite, fino a confondersi con gli spettatori paganti, che sono costretti a voltare continuamente la testa per riuscire a scrutare, contemporaneamente, entrambi, come se si fosse a una partita di tennis, sul campo centrale del Rolan Garros, o Wimbledon e si stesse giocando l’ultimo game, quello del match-point. È un gioco di teatro, un’alchimia preziosa, una fertile scenografia, che solo uno della forza, il peso, la conoscenza, la consapevolezza e, vivaddio, la presunzione e il coraggio di Roberto Latini, si può permettere il lusso di adottare, addomesticare, scegliendo il più brechtiano dei tedeschi e imponendo ai due mattatori addomesticati alla bisogna scelte totali, decisive, infami. Il paradosso gioca un ruolo decisivo; a Valentina Banci, che tradisce l'emozione e la tensione della prima osservandole i battiti cardiaci che si impossessano della pelle degli avambracci, piace un’esagerazione perdersi tra i rivoli della propria evanescenza, ma lo fa con un piglio, una professionalità e un’ambiguità impeccabili, che la trasformano in una donna solare, felice, realizzata; Fulvio Cauteruccio, che riversa nella salivazione tutta la propria carica emotiva, è leggermente più cauto a non prendersi sul serio, ma molla presto gli ormeggi e si lascia trasportare dalla corrente, furiosa, che domina la scena. In uno degli angoli più esposti alla penombra e dunque all’anonimato, Roberto Latini, uno degli autori più importanti della scena contemporanea, un autore che ha voglia di farsi male e di fare male a chi decide di andarlo a vedere, con la sadica tassonomia di chi crede nel ruolo del teatro non come spettacolo, ma come teatro, dunque provocazione, dolore, solitudine. Il teatro della salvezza, del riscatto, il teatro di stasera si recita a soggetto, il teatro come eternità, come risoluzione, come ricatto, come unica possibile chiave di lettura dell'esistenza tutta, intera, e che si materializza a noi tutti i giorni, di fronte al palcoscenico di noi stessi. Il tono decadente, ma dal sapore sudamericano del testo, diventa insopportabile quando si decide di smettere di volerli osservare, mittente e destinatario, che si rimbalzano accuse e corteggiamenti dai rispettivi microfoni, e ci si lascia cullare dal sottofondo sonoro, quello studiato da un assiduo collaboratore di Roberto Latini, Gianluca Misti, che fa della poesia ansiogena, della speranza vana e della consapevolezza onirica dell’esistenza la propria arma musicale. Dopo i rutti, i conati e i gesti sconsiderati della prima parte, anche nella seconda, in gessato grigio lui, in tailleur bianco lei, i toni non cambiano, le tensioni non calano, il ritmo non scema di un atomo e improvvisamente siamo colti dal sospetto di trovarci altrove, sulla scena del Cantico dei cantici: coraggio, paura, speranza e maledizione sono le stesse; come il profeta che le decanta, del resto.

Meglio Meno - Direttore responsabile Luigi Scardigli luigi.scardigli@gmail.com
Registrazione 9-2015 del 19 novembre 2015 presso il tribunale di Pistoia.