Mancano i predicatori, nella città dei pulpiti

di Samuele Manduca

PISTOIA. La Giorgio Tesi Editrice ha appena pubblicato un nuovo volume della collana Avvicinatevi alla Bellezza, intitolato Pistoia città dei pulpiti. Per presentarlo, decide di invitare - inaugurando anche una mostra fotografica sul tema che durerà fino al gennaio del 2018 nella chiesa di San Bartolomeo a Pistoia - il critico d'arte Philippe Daverio. In coincidenza di questo evento, avvengono due fatti straordinari: primo, viene un sacco di gente; secondo, si spenge la luce durante la presentazione del volume e, per qualche minuto, centinaia di persone rimangono al buio dentro la chiesa. Tra le autorità cittadine partecipanti al cerimoniale dei ringraziamenti che preludono al discorso di Daverio ci sono il direttore editoriale della rivista Artedossier, il presidente della Fondazione Caripit, il rappresentante dell'azienda Giorgio Tesi, l'assessore al bilancio del Comune di Pistoia, il fotografo che ha realizzato la mostra che fa da cornice all'incontro, il professore universitario che dirige la rivista Naturart, il manager di uno degli sponsor e, naturalmente, il padrone di casa, cioè il prelato della parrocchia di San Bartolomeo e Sant'Andrea, don Luca che, quando viene il suo turno, inizia a parlare del pulpito di Giovanni Pisano.

"..e ancora, vorrei aggiungere, avvicinatevi alla bellezza della parola fatta carne; molte volte si sente dire, direi con approssimazione, che siamo una delle tre religioni del libro (ebraismo, cristianesimo, islam), ma in realtà c'è differenza: la religione del libro è l'islam, la religione della parola è l'ebraismo, la religione della parola fatta carne è il cristianesimo. Cristo è la parola di Dio fatta carne ed è questa la chiave di lettura per questi luoghi alti, sopraelevati, che sono i pulpiti da dove risuona una parola alta, che viene dall'alto, ma che si è fatta carne, nella drammaticità delle scene del pulpito scolpito da Giovanni Pisano, in questo credo si raggiunga il suo apice, il culmine: la pietra fredda, senza alcuna capacità di comunicazione che diventa invece uno strumento di altissima comunicazione. Con questo sguardo dunque, inviterei tutti ad avvicinarsi". Salta l'automatico ecclesiastico ed è buio pesto. Attimo di sorpresa cui segue un certo malcelato timore (siamo in una chiesa del 1159 senza luce elettrica, accalcati a centinaia attraverso le tre navate fino all'altare); il popolo inizia a far battute e borbottare ma, lentamente, capisce che quello è un segno degli elementi, anche gli eventi sono dalla sua parte e infatti, quando torna la luce, durante l'ennesimo saluto e ringraziamento dell'autorità cittadina di turno, sbotta in coro e mugugna: " nooooo, ancora? Basta discorsi, fateci sentire Daverio". È la conferma che Philippe, per l'opinione pubblica, è molto più di un critico d'arte, piuttosto un'autentica popstar e infatti anche il suo look non corrisponde a quello che ti aspetteresti da un critico d'arte; se Roberto Longhi era e aveva il look dello scrittore, se Federico Zeri ci appariva come un patrizio romano dallo sguardo infallibile, se Vittorio Sgarbi sempre in giacca blu e cravatta rossa ci appare anche da vecchio come un secchione di buona famiglia al collegio, Daverio sembra invece un personaggio del fumetto Alan Ford: mantella di loden, bowtie a pois, scarpette in cuoio che hanno tutta l'aria di esser su misura così come il taglio sartoriale del suo tre bottoni. Philippe Daverio è, in altre parole, da Passepartout in poi, un rarissimo prodotto dell'industria culturale italiana, un intellettuale eclettico che riesce a parlare di tutto partendo da un semplice dettaglio: la forma di una corona, uno stemma araldico, il bottone sulla giacca di un ufficiale serbo, le stratocromie di una torta viennese al cacao e confettura di pesche non significano solo quello che sono, ma celano un mondo fatto di forme e simboli che, se letti semiologicamente, spiegano la storia di intere civiltà mettendole anche a confronto tra loro. Non è un caso dunque che, con il programma Passepartout, i mezzi di comunicazione di massa si rendano conto che la storia dell'arte non è solo una scienza per artisti, specialisti, galleristi, consulenti d'aste in doppiopetto e cravattine, ma, soprattutto, una potentissima chiave interpretativa ed esplicativa del reale, qualcosa che riesce ad identificare il nostro dna culturale e antropologico. Dalla cultura dei pulpiti medievali quale antropologia si ricava dunque? Quella di un fitto insieme di comunità che preferisce scegliere la strada della moneta, della produzione e del commercio (Pistoia è una di esse), cioè di una società agli antipodi della forma mentis dell'imperatore la cui azione di governo è fondamentalmente guerra e il cui artigianato è sostanzialmente armamenti. Qual è la spiccata qualità del commerciante? La capacità di comunicare; chi commercia ha necessità di comunicare e non a caso il popolo italico, a quel tempo, è il primo a sviluppare in Europa una lingua comune, non sono quindi i contandini francesi che quando noi abbiamo il volgare italiano non hanno ancora il francese; non sono i crucchi ad avere il tedesco, che svilupperanno solo dopo la traduzione dei due testamenti da parte di Martin Lutero. Siamo noi ad avere una lingua comune che si diffonde attraverso i commerci e si perfeziona attraverso la pratica del notariato (le leggi) e della predica in chiesa, prima, e nei borghi poi. In questa progressione quindi, non è Dante Alighieri a creare le basi della lingua italiana, ma San Francesco, il quale è il primo a proporre l'idea della predica fuori dai monasteri, nei borghi, appunto, e nelle chiese, in cui si comincia a salire sul pulpito che a questo punto svolge la funzione di un odierno amplificatore. Da noi la cultura orale dunque, e non scritta, assume un ruolo preponderante in quel periodo e il pulpito è plasmato in modo da tradurre quella oralità in immagine; nasce l'era della biblia pauperum: la bibbia raccontata per parole e per immagini a chi non sa leggere: cioè il popolo, il volgo, il volgare. Quello stesso popolo oggi, a distanza di tanti secoli, ha chiesto con veemenza facendosi ecclesia in San Bartolomeo dopo l'irrompere del buio, che la si smettesse con i convenevoli e le presentazioni da capitale della cultura delle chiacchiere per ascoltare finalmente e almeno una volta in questo anno di laser, mostre, visite istituzionali e celebrazioni, un nuovo tipo di predicatore che invece di raccontarci la bibbia, ci spiega che non c'è miglior premio per la nostra cultura se non quello di conoscerla bene.

Meglio Meno - Direttore responsabile Luigi Scardigli luigi.scardigli@gmail.com
Registrazione 9-2015 del 19 novembre 2015 presso il tribunale di Pistoia.