Il gigante del Teatro

di Luigi Scardigli

PRATO. Per molti, è un’ossessione, un disagio incolmabile; per lui, la liberazione dell’indefinito, l’opportunità di scrittura, l’esaltazione della spiritualità. Lui, è Roberto Latini e l’opera, infinita, nel senso letterale del termine, è I giganti della montagna, iniziata e mai conclusa da Luigi Pirandello, di cui ve ne parliamo a stento, con parecchie difficoltà, nostre, ma solo e soltanto per il senso del pudore che ci ha assalito non appena è calato il sipario sul Metastasio di Prato (si replica da stasera fino a domenica pomeriggio, 11 gennaio) e abbiamo capito che non ci saremmo potuti sottrarre dalla gioia, onerosissima, di recensirlo. Ci proviamo, ma siate clementi se non riusciremo lontanamente a portarvi sul limitare della follia, della poesia, dell’assurdo, della morte e della resurrezione così come ha invece saputo fare Roberto Latini entrando e uscendo da tutti i numerosi personaggi, ben più di sei, che popolano l’ultimo capolavoro di Pirandello, inarcandosi su se stesso fino a decidere di farsi morire sul limitare dell’asse del trampolino dal quale, per paura, preferirà non gettarsi, senza comunque sottrarsi dall’inevitabile epilogo.

È la sua scelta apocrifa, la sua preghiera blasfema, l’ennesima accorata e umile maledizione verso una collettività di nani e ballerine, di uomini già morti, di pagliacci telecomandati, di donne e madri del vicinato che la conoscono alla perfezione Maria di Nazareth, anche se poi, decidono di lasciarla sola. Popolare la Scalogna di tutti gli uomini e le donne che animano I giganti della montagna avrebbe voluto dire mettere insieme un’indecifrabile razza di attori, assegnare ad ognuno di loro le rispettive motivazioni e dividere e condividere con tutto lo staff la genetica della rappresentazione; il lavoro avrebbe richiesto comprensione, condivisione, avrebbe probabilmente perso, perché sfumata nel tempo e nell’animo dei protagonisti, la genialità che risiede nelle visioni di Roberto Latini. Che era solo nel Cantico dei Cantici e solo, dopo Quartett, la piacevolissima parentesi affidata a Valentina Banci e Fulvio Cauteruccio, ha voluto tornare a rappresentarsi (l’opera è del 2015), da fuoriclasse autentico, inabissandosi nella più totale, agghiacciante, poetica incomprensione, fatta di un corpo duttile - da ex contorsionista, invecchiato gigolò, discreto boxeur di periferia che resta sul ring per insegnare l'arte ai più giovani -, di voci artefatte, striduli, lamenti, preghiere, preveggenze, maledizioni, gridi di cornacchie, ombre gigantesche, musiche (Gianluca Misiti, bisogna parlarne un po’, di questo genio) sul limitare cinematografico e quella onirica deambulazione che lo trascina, senza lasciare traccia, dalla consolle di una fantomatica sala da ballo al limbo purgatoriale, come se l’una e l’altro fossero l’uno e l’altra. Andare a vedere Roberto Latini a teatro è come assistere a un film di Kim Ki Duk; tutto quello che immaginate del teatro e del cinema, scordatevelo o comunque, non lo usate per quella circostanza, non ha alcun senso. La parola, se decidete di ascoltare, è un mezzo fantastico di emozioni, seppur precisa e rispettosa del testo originale; le luci e i colori, che altrove hanno funzioni cromatiche definite e corrosive, con questi due maledettissimi geni, sono semplici, ma ingombranti fardelli. E la ragione, che altrove e ovunque, trova la sua definitiva e politicamente corretta consacrazione, qui, stenta, quasi sempre, a trovare addirittura rifugio, figuriamoci il diritto.

Meglio Meno - Direttore responsabile Luigi Scardigli luigi.scardigli@gmail.com
Registrazione 9-2015 del 19 novembre 2015 presso il tribunale di Pistoia.