Nell'augurio, che non si raddrizzi mai

PISTOIA. Storto, vista l’età e le occasioni volutamente gettate al vento, dovrebbe restarci, Bobo Rondelli, per la gioia, incontaminata e pura, che gli tributano tutti i suoi fedelissimi ammiratori, come quelli che ieri, al Santomato live, hanno voluto ricordare con lui alcuni pezzi del suo e nostro indimenticato passato e condividerne dei nuovi, offerti ad una platea amorevolmente incarognita che ha riempito la sala dell’arena del Santomato per assaporare il Rondelli che verrà, quello di Anime storte. Prima del cantastorie, imitatore, onemanshow di Pontino, sul palco, per dare la giusta atmosfera e accrescere a dismisura l’adrenalina delle aspettative, è salita Margherita Cavaciocchi - Margot, per il successo che non tarderà a riservarle un posto di prestigio -, accompagnata nella sua esibizione da tre amici professionisti fidati: Davide Biagini alle tastiere (se avesse suonato altro, il padre, si sarebbe incazzato come una biscia), Leonardo Ricotti alla chitarra e Gennaro Scarpato a tutto ciò che crea tempo, fiducia, ritmo, groove, che la stanno accompagnando fino al limitare del red carpet della musica.

Di lei, ci auguriamo di avere occasione di riparlarne, casomai prima che sia doveroso farlo e cioè quando lo faranno tutti per causa di forza maggiore, vista la convincente familiarità con il diaframma, la buona lena al basso e la tenerezza che infonde alle sue canzoni, un tributo involontario a Sergio Caputo (di cui, per ammissione, ne ignora l’esistenza), una rimembranza con Cristina Donà (che conosce, ma che non le suggerisce nulla) e una carica di umanità musicale offerta, nonostante un’indiscutibile bellezza, senza ammiccamenti. Dopo, subito dopo, Bobo Rondelli, un inguaribile timido introverso, che riesce a sedare la propria ansia solo quando sale sul palco, impossessandosene senza pudore alcuno; lo fa cantando la sua adolescenza, quella dalla quale ha deciso di non separarsi mai, ma che lo ha visto crescere e diventare un uomo, un musicista, un tragicomico paroliere, nudo e crudo, affezionato, oltre ogni ragionevole contagio, a tutto quello che lo ha accompagnato nel suo percorso di artista polivalente, guascone, operaio della musica, quella che si suona alla catena di montaggio, aspettando con deprimente gioia il suono della sirena, che segna la fine del turno e inizia la conta fino al giorno dopo. I suoi spettacoli sono una cascata interminabile di gag amarissime, di sogni infranti, di tragiche constatazioni, di ricordi dolcissimi offerti con un prologo clownesco solo per evitare a se stesso di impelagarsi nella saudade, quella che a Livorno, sul mare, accalappia tutti gli indigeni. Due ore con le sue storie, le sue smorfie, il suo sudore, le sue accuse, le sue bestemmie biascicate da avvinazzati famosi, più che da alcolisti anonimi, i suoi anatemi, i suoi sorrisi, i suoi personaggi, le caricature, quasi tutte di uomini e cose non celebrati, dimenticati, ma che non possono non restare nel cuore e soprattutto non possono non trovare un posto nelle sue canzoni. Con lui, per questo tour che girerà parecchio, aspettando con trepidazione il giorno del ritorno a casa, alcuni vecchi strumentisti, dai tempi, indelebili, degli esordi, quelli di Ottavo padiglione: Steve Lunardi, Fabio Marchioni, Simone Padovani, Valerio Fantozzi e Matteo Pastorelli, una band di professionisti che conosce, alla perfezione, la stravaganza teatrale e umana del suo leader, che noi – ma questo non fa alcun testo – preferiamo da solo, con la sua chitarra, le sue paure e le transaminasi che di scendere non ne vogliono proprio sapere.

Meglio Meno - Direttore responsabile Luigi Scardigli luigi.scardigli@gmail.com
Registrazione 9-2015 del 19 novembre 2015 presso il tribunale di Pistoia.