Svegliateci quando il mondo sarà migliore

PRATO. Un sobillatore. Un poeta. Saverio La Ruina è l’uno e l’altro, costantemente, continuamente, anche se il romanticismo prende puntualmente il sopravvento. Giusto così, del resto, visto e considerato che il giovanotto, in splendida forma, è un attore, uno di quelli che lascia il segno, che ti riaccompagna verso casa con la tragica tenera consapevolezza della solitudine, quella che accompagna ognuno di noi, quella che accompagna ogni essere umano specialmente quando imbocca la via del tramonto. Anche gli omosessuali, certo, perché anche un ricchione, un invertito, un frocio, chiamatelo come meglio potete dispregiarli, a una certa età, gestisce male quella che un tempo chiamava indipendenza. Il pretesto confessorio è incantevole, sublime, delicato, solitario, diretto, invernale, come per Walter Bonatti fu la parete nord del Cervino; in un cimitero, di fronte alla lapide della madre, alla quale non ha mai confessato la propria malattia, Saverio La Ruina racconta il proprio essere Masculu e fìammina (al Teatro Magnolfi, di Prato, che ospita un suo trittico) nel posto meno indicato, nel posto più sbagliato.

In un piccolo paese sotto il Pollino, nella Calabria distante da tutto, anche dalla ‘Ndrangheta, meno che dal mare. La madre non sa nulla di quello che è successo dopo la sua morte, ma tutto fino a quando è riuscita a vivere, nonostante abbia preferito tacere e fingere di non sapere; al figlio, infatti, conoscendo meglio di lui la microdimensione esistenziale di quella terra meravigliosa e aspra, silente e vendicativa, ha preferito non dirgli, né chiedergli nulla. Lui ha capito solo ora e solo ora, ringrazia. Ma non è tardi. Anzi. Non è un manifesto sociale, né vuole essere una denuncia strillata; Saverio La Ruina spolvera ed esalta ancora una volta il proprio religioso laicismo confezionando una preghiera sommessa, un cantico, un’implorazione: svegliatemi quando il mondo è migliore, lascia scritto, coricandosi, con infinita cura e dolcezza, proprio accanto alla bara che custodisce le ossa della madre, sotto la coltre di neve dalla quale si augura di essere sepolto e ibernato, cosicché, tra cento anni, potrà vivere il proprio ultimo tratto di esistenza con la dignità che occorre riservare a ogni essere umano. Anche a un frocio; non soprattutto, ma anche a lui. La conversazione unilaterale, sorretta ed esaltata dall’interlocutrice muta, ma non assente, è una meravigliosa litania snocciolata in calabrese; alcuni vocaboli saltano alla comprensione immediata, legale, ma diventano dettagli, sfumature cromatiche: basta osservare le smorfie mandibolari del protagonista, il tambureggiare delle dita sul corpo, la lenta e curata restaurazione della foto della madre sulla lapide, opacizzata dall’intensità del freddo e dalla patina della neve, non certo dalla memoria, ancora intatta, anzi, viva, per restituire al ricordo di ognuno di noi il mortificante cinismo delle parole usate in codice per etichettare e uccidere la diversità, la diversità dall’altrui limitata comprensione e alzarsi in piedi, dopo essersi asciugati le lacrime e applaudire, con profonda cognizione di causa, il teatro poetico, ma militante, di Saverio La Ruina.

Meglio Meno - Direttore responsabile Luigi Scardigli luigi.scardigli@gmail.com
Registrazione 9-2015 del 19 novembre 2015 presso il tribunale di Pistoia.