Rien ne va plus

PRATO. Da qualche tempo si chiama ludopatia e i suoi pazienti virtualmente convinti di voler guarire (la stragrande maggioranza sono quelli che non ne vogliono sapere, comunque, e dilapidano fortune, o anche solo la pensione) riempiono i centri di recupero. Ma la malattia del gioco è morbo antico e già nel 1866, Fedor Dostoewskji, anche lui vittima dell’adrenalina delle scommesse, cercò di guarire da quella dipendenza stendendo, in poco meno di un mese, uno dei suoi capolavori, Il giocatore appunto, che Gabriele Russo, grazie alla lettura e riadattamento operate da Vitaliano Trevisan, ha portato in scena (al Fabbricone di Prato), affidandosi ad un’équipe attoriale particolarmente oliata e bravissima a darsi il cambio alla testa della corsa a eliminazione per tenere puntualmente il cronometro e la suspence all’altezza dell’inesorabile incedere della clessidra, che ha suonato il gong dell’inizio della rappresentazione e non ha concesso nemmeno un attimo di replica, se non per gli applausi, subito dopo il travaso dell’ultimo granello di sabbia da un’ampolla all’altra.

Il ritmo, fottendosene bellamente della notoria lentezza russa, è anfetaminico; la scenografia (Roberto Crea), monumentale, accompagna il sovrapporsi di personaggi e dello scrittore e della sua dattilografa, che diverrà poi moglie; lo scelerato incaponirsi al cospetto della pallina bianca che tintinna sulle lastre metalliche che dividono i settori dei trentasei numeri (equamente divisi tra rossi e neri) della roulette, più l’infausto 0, numero verde, è lo spazio vitale e letale entro il quale si aggirano tutti quelli sul palcoscenico, aggrappati, febbrilmente, al denaro di indubbia provenienza, quello figlio dell’acume, a sentir loro, ma solo e soltanto della fortuna, in realtà, che, abitualmente, tolta la benda, si rimpadronisce di tutto quello elargito un attimo prima, puntualmente con gli interessi. La storia del romanzo, che ha riempito, riempie e riempirà gli scaffali degli studenti delle scuole medie secondarie superiori, racconta di una serie di personaggi che si ritrovano, legati e collegati tra loro da vincoli e ricatti, amori e desideri, in Germania, a Roulettenburg, che ospita, al piano terra di un meraviglioso albergo, una delle sale da gioco più famose e attraenti dell’epoca. Il resto, lo aggiungono, con ammirevole precisione, Daniele Russo, Marcello Romolo, Camilla Semino Favro, Paola Sambo, Alfredo Angelici, Martina Galletta, Alessio Piazza e Sebastiano Gavasso, che indossano abiti e umori dei protagonisti che agitano la trama, dove tutto viene risucchiato, fino all'esaurimento, dall'incedere del gioco e delle sue inafferabili dinamiche. Poco più di due ore di puro e vecchio teatro, reso ginnico, ma con battiti cardiaci regolari, sotto uno sforzo affrontabile, in parole povere, dall’andirivieni dei separé fumé che aprono le stanze della commedia e che raccontano quegli infernali ventotto giorni nei quali, l’autore, portò a compimento il romanzo. Una rappresentazione impeccabile, offerta da una girandola di protagonisti che si sono dati il cambio alla guida dell’impresa con formidabile dinamismo, eleganza, precisione. Gli applausi, alla fine, sono stati equamente ripartiti tra tutti e trentasei i numeri della ruota; peccato sia uscito lo 0 e con lui, si sa, vince solo il banco.

Meglio Meno - Direttore responsabile Luigi Scardigli luigi.scardigli@gmail.com
Registrazione 9-2015 del 19 novembre 2015 presso il tribunale di Pistoia.