L'apparenza inganna. Soprattutto il pubblico

di Luigi Scardigli

La comicità corrosiva, ad essere onesti, manca. Il resto, tutto il resto, tutto quello che ci deve essere ne L’apparenza inganna c’è, ad iniziare dal buon afflato che si instaura, immediatamente, tra i due protagonisti, Sandro Lombardi e Massimo Verdastro, i due vecchi fratelli in pensione, attore e giocoliere, che si scambiano visita, ogni martedì e giovedì, nelle proprie rispettive abitazioni.

 

E’ Federico Tiezzi, il regista, a nostro avviso, a perdere una buonissima occasione, perché il testo di Bernhard, di spunti comici, che possono essere corrosivi, ne offre senza avarizia. Perché le manie persecutorie vicendevolmente sofferte da Robert e Karl, sono, insindacabilmente, materiale parecchio abbordabile per trasformare la surrealtà in ripetute occasioni paradossali, capaci di trasformare le gelosie in vizi, le sofferenze in capricci, i torti in sfide.

E invece, ci si trova di fronte ad uno spettacolo-esercizio, con la rappresentazione di tutte le impostazioni in vetrina, una gara a chi non si scorda nulla, ma proprio nulla, di quello che ha imparato nei primi anni di recitazione, soprattutto alla luce di una rappresentazione che vide la luce quindici anni fa, con i soliti personaggi in azione. Una rivisitazione forse non proprio indispensabile, senza una ricollocazione teatrale e non solo.

Peccato, perché L’apparenza inganna, inoltre, è davvero un territorio facilmente contaminabile; perché siamo nella cattolicissima Vienna e siamo di fronte a due fratelli giunti a destinazione professionale più per coincidenze e noia, che per passione. Due fratelli sostanzialmente soli. Anche Mathilde, la defunta consorte che ha lasciato in eredità al cognato, e non al marito, la villettina dei fine settimana, potrebbe diventare un pretesto gustoso attorno al quale costruire ottimi paradossi. Le ambientazioni volutamente claustrofobiche, anche se studiate in due diverse collocazioni sceniche, che riducono sensibilmente il numero degli spettatori, costringendoli inoltre ad un esodo tra la prima e la seconda parte della commedia, potrebbero ingigantire il disagio di entrambi, soprattutto quando ognuno dei due ricopre la figure dell’ospite.

Al termine della rappresentazione, invece, replicata forse un po’ troppo e inspiegabilmente collocata nel saloncino, la prima parte e sul palco del teatro, la seconda, con attori e spettatori insieme, si ha voglia di mangiare o bere qualcosa, perché di ripensare a quello che si è assistito non se ne sente il bisogno.

 

Meglio Meno - Direttore responsabile Luigi Scardigli luigi.scardigli@gmail.com
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