Teatro (159)

Stai tranquilla, poi facciamo l'amore Featured

PRATO. Non occorre sfogliare i dossier che racchiudono le denunce fatte dalle donne agli uomini, spesso ai loro uomini, per sapere, prima di leggere, che all’inizio era molto premuroso, dolce, comprensivo. E non occorre nemmeno andare molto verso Meridione per rintracciare storie simili di ordinaria follia. Spesso, anzi, sui tavoli dei giudici, queste cose non ci arrivano proprio, perché le donne, sovente, sono solite aspettare, aspettare che tutto torni com’era all’inizio. E invece. Con Polvere, Saverio La Ruina ci va giù duro per denunciare i secolari soprusi sofferti dal mondo femminile, dimenticando gli struggenti monologhi didascalici, ma portando in scena, al Teatro Magnolfi di Prato, un angolo domestico di cui, prima che sui giornali nelle pagine della cronaca, ne abbiamo sentito parlare sicuramente, augurandosi, tra l'altro, di non essere addirittura stati vili protagonisti. Per intavolare questo meraviglioso e terrificante quadretto familiare, fatto di perfide rassicurazioni, sottili e subdoli ricatti, altalene psicotiche di profonda tenerezza miste a processi sommari, sentenze e, quasi sempre, violenze, Saverio La Ruina svuota come sempre il palcoscenico e si avvale di Cecilia Foti e della sua grande interpretazione di una donna che sta lentamente provando a dimenticare e cancellare una violenza sessuale subita e della quale ha preferito tacere.

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La rivoluzione calabrese sussurrata in dialetto Featured

PRATO. Ribadiamo un concetto, che si racchiude in un aggettivo, precedentemente e orgogliosamente espresso da quando abbiamo avuto la fortuna e l’onore di imbatterci nel teatro di Saverio La Ruina: indispensabile. Nella dinamica, come nei contenuti, un laboratorio teatrale che si avvale, rapacemente, di parola, forma, luce, espressività, carica emozionale. Tutte cose diligentemente apprese alla Scuola di Teatro di Bologna, dove si è diplomato, certo, ma la palestra più grande e redditizia, per Saverio La Ruina è stata, lo deduciamo, non è scritto su alcun resoconto biografico, la terra, aspra, silenziosa, vendicativa e (im)memore della sua Castrovillari. Lo diciamo perché vederlo, per l’ennesima volta, all’opera (al Teatro Magnolfi di Prato, che gli ha dedicato un trittico; ieri sera, La borto), non possiamo in alcun modo sottrarci dalla sensazione che la sua prima professoressa sia stata una sua nonna o quella di un amichetto con il quale sarà cresciuto. Nella sua profondità, nella capacità d’immersione tra i meandri più occulti e sconfinati della paure e delle verità tenute per secoli a freno e sotto spirito, Saverio La Ruina estrae, come un solo un lungimirante ma infaticabile cercatore d’oro sa fare, l’essenza della materia, quella che viene asetticamente tramandata da generazioni e che ha trovato, nel suo teatro, un attento, rigoroso e tenerissimo interprete.

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Quelli del bar, la notte Featured

PRATO. I bar, specialmente quelli notturni e i loro clienti più affezionati, che sono quelli più anonimi, di passaggio, ma spesso prolungato, si somigliano tutti; cambia l’arredo, i proprietari, cambiano i paraggi e le città che li ospitano, ma rappresentano quasi sempre posti di frontiera. Raccontati da quell’anticristo di Harold Pinter e portati in scena da Valerio Binasco poi, quei bar notturni assumono il tepore romantico e maledetto dell’ultima anticamera prima della fine. Indifferentemente. Che si tratti de Il Calapranzi, Tess, o L’ultimo ad andarsene o Night, se preferite, l’equazione borderline risulta essere la stessa claustrofobica soluzione. Certo, ci vogliono gli avventori giusti, quelli che oltre a bere, lasciarsi andare, cullare la propria schizofrenia e maledirsi sappiano anche non raccontarsi, così come ci riescono, meravigliosamente, Nicola Pannelli, Sergio Romano e Arianna Scommegna, che potrete vedere soltanto oggi pomeriggio, al Metastasio di Prato, nella sesta e ultima replica di Night bar.

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Il sospetto Featured

FIRENZE. La velocità con la quale si muove, da qualche tempo, l’umanità tutta, almeno quella connessa alle piattaforme sociali, è tale e tanta che non consente riflessioni; si sopravvive, correndo a perdifiato, su una lamina affilatissima, sottesa tra due strapiombi: da una parte l'inferno, dall’altra, il paradiso. Difficilissimo restare a lungo in equilibrio; l’importante è cadere dalla parte dove ci si fa meno male. Con Il Principio di Archimede, la teoria supposta, non sembra avere molta relazione, ma Josep Maria Mirò, autore del testo, tradotto da Angelo Savelli (che firma la regia) e Josep Anton Codina e sul palco del Teatro di Rifredi fino al prossimo 25 febbraio, è intorno a questi pregiudizi e a queste violenze che sembra voler indagare. Il matematico siciliano, oltre duemila anni fa, quando postulò il proprio principio, così straordinario da prendere il suo nome, non voleva, probabilmente, relazionarsi con gli effetti collaterali di una società allo sbando, delegittimata, violentissima, ma è proprio intorno alla teoria che - ogni corpo immerso parzialmente o completamente in un fluido riceve una spinta verticale dal basso verso l'alto, uguale per intensità al peso del volume del fluido spostato - si muove lo spettacolo.

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Meglio Meno - Direttore responsabile Luigi Scardigli luigi.scardigli@gmail.com
Registrazione 9-2015 del 19 novembre 2015 presso il tribunale di Pistoia.