Teatro (140)

Match-point Featured

di Luigi Scardigli

PRATO. Sul dondolo ci giocano i bambini. Ma quando cala la sera e i piccoli sono già stati riportati in casa dalle mamme e, dopo aver fatto il bagnetto, messo il pigiama e portati a letto, sui dondoli, spesso, ci giocano i grandi, soprattutto quelli che sono a caccia del tempo perduto, facendo finta di non sapere che quel gioco è riservato a corporature esili e di scarso peso e che sotto lo sforzo degli adulti, rischiano di rompersi. Valentina Banci e Flavio Cauteruccio sono due di loro, due di noi, due scelti da Roberto Latini, che li ha vestiti da majorette e superman e li ha messi lì, ai lati del lungo tavolo, che spesso è un pendolo, uno scivolo, un trabocchetto, un gioco di prestigio, un esercizio ginnico, un amplesso, una tentazione, un rischio, una sodomia, affinché provino a parlarsi, confrontarsi, avvicinarsi. Confidando nel loro camaleontismo, nella loro sensualità, nella loro sessualità; con risultati empaticamente e scenicamente ideali, teatralmente sublimi. Il pubblico, quello del Fabbrichino di Prato, che ieri sera, 1° dicembre, ha assistito alla prima nazionale di Quartett (si replica fino al 17), per entrare fino in fondo nella visione surreale del testo di Heiner Muller, tradotto da Saverio Vertone e portato in scena da quel visionario di Roberto Latini,

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La lampada (magica) dei fratelli Forman Featured

PISTOIA. È così magico il teatro-circo dei fratelli Forman, che si potrebbe addirittura soprassedere al ruolo del cantastorie e ottenere, comunque, il fascino, indiscreto della magia. A patto però che nel ruolo di narratore non ci sia Massimo Grigò, perché quando è così, il racconto diventa davvero fiaba e i bimbi, ma anche i loro genitori, si immergono nel tutto nella storia, incantata e incantevole, di Aladino. È successo al Funaro, a Pistoia, ma siamo pronti a scommettere che su un impianto così ben architettato di felliniana memoria e affidato al misterioso diaframma di Massimo Grigò, il sogno, ammalierebbe tutti i suoi spettatori, a qualsiasi latitudine. La scenografia è veramente monumentale, senza perdere nemmeno un atomo dell’intimità familiare che riconduce alla famiglia classica, quella del Mulino bianco, tanto per intenderci, che attorno al fuoco del camino di una casa di montagna immersa nella neve, si raccoglie attorno al calore salvifico della legna che arde per sentire il nonno che racconta una storia.

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Un'inesplosa ora di ricevimento Featured

di Luigi Scardigli

FIRENZE. I volti rilassati del numerosissimo pubblico della Pergola ci hanno indotto a pensare, poco prima dell’inizio de L’ora di ricevimento (fino a domenica 28 novembre al Teatro della Pergola, a Firenze), che non si sarebbe trattato di un’analisi e un attacco furioso ai tempi di profonda trasformazione che stiamo vivendo e che avevamo ipotizzato fossero sviscerati. Però eravamo autorizzati a pensarlo che Fabrizio Bentivoglio, il professore di francese di in un Istituto scolastico delle Banlieu, si sarebbe dovuto confrontare con una classe, di tredici adolescenti, di profonde difficoltà e differenze. E che l’incontro/scontro con i rispettivi genitori nell’ora (dalle 11 alle 12) di ricevimento avrebbe prodotto incomprensioni, manicheismi, scintille generazionali, se non razziali. E invece, Stefano Massini, che ha affidato la regia ad un molosso di nome Michele Placido e con loro la produzione del Teatro Stabile dell’Umbria, han preferito optare per una chiave di lettura e traduzione decisamente ottimista, per non dire buonista, spostando addirittura l’accento (che si consacra nel finale della rappresentazione) sul vizio, comune a molti Prof., ma anche e soprattutto a chi è nella posizione di decidere della vita degli altri, di farsi condizionare dalle apparenze, dalle deambulazioni, dai linguaggi o, come nel caso specifico, dalla scelta del banco a inizio anno scolastico fatta dagli studenti.

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Una tragica tragedia Featured

PISTOIA. Ai molti spettatori che, durante l’intervallo, fingendo di essere diventati tabagisti, hanno preferito abbandonare il Teatro Manzoni per andare ad appisolarsi altrove, possiamo solo dire che la seconda parte di Richard II ha offerto due o tre spunti simpatici, quasi comici, che ne hanno leggermente risollevato le sorti, senza comunque avere il potere di riportare la tragedia shakespeariana, oggettivamente poco brillante, rispetto al sontuoso repertorio, seppur attualissima, su accettabili livelli di gradevolezza. In troppi angoli, anche se correttamente minimalista, ma luminosa e compiuta, la rappresentazione è parsa un inutile esercizio di stile di una tragica tragedia che non ha fatto altro che appesantire un copione già poco malleabile. A questo, poi, occorre aggiungere la scelta, culturalmente spiazzante, ma indovinata, di affidare il ruolo del Re, indebitamente spodestato, a Maddalena Crippa.

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Meglio Meno - Direttore responsabile Luigi Scardigli luigi.scardigli@gmail.com
Registrazione 9-2015 del 19 novembre 2015 presso il tribunale di Pistoia.