PESCIA (PT). La tournée del 2009 fatta come sessionista nella superband di Pino Daniele l’ha segnata profondamente, tanto che sabato sera, al Teatro Pacini di Pescia, Rita Marcotulli e i suoi due nobili strumentisti al seguito, il concerto, l’ha aperto sulle note, in una serata di standard e riletture, di Anna verrà, uno di quei brani da pelle d’oca dello stratosferico cantautore napoletano, del quale, ancor’oggi, si avverte una presenza rassicurante, stentando, seriamente, a credere che non ci sia più. Dopo un battesimo del genere, il resto, oltre che essere molto impegnativo, scivola via paradossalmente liscio, anche perché, la 65enne pianista romana, una fuoriclasse senza orpelli e fronzoli e senza ombra di venir contraddetti riguardo questa perentoria affermazione, per questo tour teatrale ha deciso di farsi accompagnare da due solidi e affidabilissimi pilasti: dall’elegantissimo e puntualissimo contrabbasso del 70enne genovese Enzo Pietropaoli, che dalla prima esperienza con Danilo Rea in poi ha praticamente suonato con parecchi mostri sacri in circolazione e dalla imprevedibile batteria messicana, animata, oltre che da studio meticoloso, anche dalla magia di bacchette volanti (un solo set non può certo bastargli; ogni tanto gli scappano via), di Israel Varela, al quale, qualche anno fa, su una delle piattaforme sociali, giurammo, a mo’ di minaccia, che saremmo riusciti a vederlo in concerto, memori, soprattutto, del primo concerto della nostra vita che, poco più che adolescenti, vedemmo a Roma, al Palasport, rimanendone, per tutti gli anni a venire, letteralmente folgorati; suonavano i Weather Report e alla batteria c’era Alex Acuna, il suo primo e unico Maestro. Lui, preoccupato dal nostro intimidatorio giuramento, ha deciso di venirci a trovare, organizzando un concerto a una ventina di chilometri dalla nostra abitazione. Scherzi a parte, la serata non poteva che essere elegante - nella sua accezione più sofisticata e leggera che voi conoscete - com’è stata; un’ora e poco più di fraseggi intimistici, all’insegna di un jazz sopraffino, ma comunque facilmente commestibile e ancor più digeribile, con virtuosismi accennati, dunque, intellegibili, comprensibili, assaporabili, in una circonferenza triangolare di suoni ed emozioni, a dimostrazione, inconfutabile, di come il Jazz rappresenti l’origine della musica, ma anche, e soprattutto, ogni sua sfumatura succedanea. Lo si è capito durante l’esecuzione del secondo brano in scaletta, Indaco, firmato dalla pianista metropolitana; pochi minuti nei quali, con un potere di sintesi straordinario, che il Jazz rifugge per antonomasia, si è potuto assaporare la summa e il prodotto di circa mezzo secolo di musica studiata, con un feeling e un groove assicurati e cementificati da semplici incroci di sguardi. Durante le esecuzioni dei brani, un secondo omaggio a Pino Daniele (Napul’è), uno, semplicemente indispensabile, alla Divina Ornella Vanoni (L’appuntamento) e altri standard jazz appuntati su un fogliaccio scritto a penna in uno stampatello claudicante e in possesso del solo Pietropaoli, a dimostrazione di come il Jazz non abbia regole e campionari - si suona quel che si sente in un preciso istante, soprattutto perché, come loro, si è in grado di suonare tutto -, ci sono venute in mente le parole di Cristiana Morganti pronunciate la sera prima al Funaro di Pistoia riguardo la potenza dell’ascolto. Con la musica, questo processo, è semplicemente indispensabile, ma diventa semplicemente geniale se tre a farlo, e reciprocamente, siano, ad esempio, tre talenti come Rita Marcotulli, Enzo Pietropaoli e Israel Varela che, incontrandosi, invece che rivendicare, ognuno, la nobiltà delle proprie origini e la ricchezza dei propri trascorsi, si fermano a raccontarsi come fare affinché le loro singole traiettorie vettoriali possano in qualche modo incontrarsi e interagire con quelle degli altri. Chi ha ascoltato e visto il concerto ha avuto modo di capirlo; esserci o non esserci, questa è la differenza.

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