di Caterina Fochi

Lo spazio della nuova sede della Fondazione Sandretto Re Rebaudengo, di Torino, riportata alla sua essenzialità architettonica dall’architetto Claudio Silvestrin, sembra essere stato pensato apposta per ospitare Rinascimento.

 

L’installazione di Adrian Villar Rojas (Rosario 1980), l’artista rivelazione della biennale di Venezia 2011 che, come già allora con le sue sculture alte sei metri all’interno del padiglione Argentina, anche oggi, con questa nuova opera, porta il visitatore in una dimensione parallela lasciandogli, al ritorno da questo vero e proprio viaggio, un’eco emotiva difficile da silenziare. Durante un’intervista l’artista argentino definisce le sue opere film fatti di sculture, una metafora che calza perfettamente con la percezione che si ha fin da subito entrando nello spazio espositivo avvolto da una penombra che gioca con l’esile trama della luce e che ci costringe ad un avvicinamento percettivo oltre che fisico ma soprattutto graduale all’installazione disseminata nello spazio centrale.

Con circospezione ci si muove tra un’infilata di enormi pietre che poco a poco ci accorgiamo, accolgono, come intimi rifugi, residui di organicità animale e vegetale ridando voce e dignità ad una non più-vita e obbligandoci ad usare tutti i sensi, olfatto compreso, e proiettandoci in un contesto temporale futuro che non ha niente di fantascientifico e nel quale però ritroviamo tutte le angosce del tempo presente. Un tempo che assimila tutto (volatili esanimi, zucche in putrefazione, alghe marce, mele annerite dalla muffa) nella propria logica che rivendica una supremazia della dimensione umana sulla Storia.

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