PISTOIA. Parla sottovoce, ma solo perché è timida; adora il blu caldo, o il verde cenere, scegliete voi ed è profondamente convinta che le sue iniziazioni artistiche, prima o poi, prenderanno il sopravvento: se così non fosse, sarebbe un problema. Sopravvive a Bologna, Emilia Maria Chiara Petri, 33 anni – i cui tre nomi saremmo tentati di separarli, ciascuno, da una virgola -, conosciuta poche ore fa, in centro, a Pistoia, con la sua amica Carmen Schipilliti, che la sta ospitando dallo scorso 12 luglio, con le sue creazioni, all’interno della sua cantina artistica, Spazio Arte, in via Sant’Anastasio, a Pistoia. Il suo back ground però non proviene dal Dams: si è laureata in filosofia, testimoniando il proprio percorso di studi con una ciliegina che interessa solo gli addetti ai lavori, circa il rapporto della e sulla verità tra Martin Heidegger e Platone.

 

L’aula dell’Ateneo però è stato solo un compromesso con il contesto nel quale vive: Emilia (la chiamiamo solo scrivendo il primo dei tre nomi, altrimenti parrebbe una novella) è sempre stata tentata dalla pittura come mezzo privilegiato di espressione e così, da grande, ha voluto che da questo fosse identificata. La mostra pistoiese (che sarà visibile fino al prossimo 21 agosto) è una tappa del suo peregrinare artistico, morale, umorale. Le sue creazioni sono una combine di idee, emozioni, pittura, scarto, rifiuto e resurrezione, perfettamente identificabili in un qualsiasi momento si decida di interrompere la catena disumana. Sono visi accartocciati su loro stessi, sagome facciali dalle quali si può, osservandole perpendicolarmente, intravedere con puntualità e rigore gli occhi, lo sguardo, la sofferenza. Impossibile che su quelle asperità il velivolo possa decollare: Emilia, però, è convinta che anche senza far rullare prepotentemente i motori, l’aereo trovi la forza per inabissarsi verso l’alto e poi planare. Ogni segmento artistico fa parte di un percorso sentimentale che Emilia preferisce custodire nell’enigma delle interpretazioni: non è detto che quello concavo rappresenti dolore, così come non è automatico che il convesso voglia testimoniare felicità, anche se la tentazione di procedere con questo ordine è grandissima. Vi consigliamo, visitando la personale, di provare ad interloquire con ognuna delle creazioni appese alla parete: se doveste riuscire a parlare con una o più di loro, non vi impressionate; nessuna sostanza ottica usata da Emilia per la gestazione delle sue creature ha poteri stupefacenti, a patto che non sottovalutiate, per comodità e paura, il mostro che vi vive dentro e che avete, preventivamente, narcotizzato.

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