PISTOIA. Eravamo convinti che avrebbe accolto il pubblico dei curiosi, oltre che degli amici e conoscenti, imbracciando una delle sue chitarre; e sarebbe stato meraviglioso. Certo, la mostra inaugurata oggi e che chiuderà i battenti il prossimo 23 marzo nelle Sale Affrescate del Palazzo Comunale di Pistoia, appartiene alla sfera scultorea di Alessandro Gonfiantini, che non si discosta di un solo atomo da quella del musicista. Forse, ha preferito declinare la doppia valenza artistica sacrificando quella musicale solo perché oggi, 28 febbraio, è il giorno del suo 36esimo compleanno. Ma visto che non è detto che se lo ricordi, immaginiamo che essere lì, per lui, sia una festa meravigliosa e che di nascosto, da tutti, spenga, con un alito, tutte le candeline infilzate nella torta. A guardarlo, però, non si direbbe che stia festeggiando, ma da quando ha dovuto fare i conti con un dolore più grande della sua sopportazione, ha sentito il dovere di razionare e razionalizzare la felicità, almeno la sua. Di madre italiana e padre suicida (questo il titolo della personale), così, per quei pochi che ancora non lo sapessero, togliamo il cellofan dalla confezione e vi raccontiamo, perché ce lo ha raccontato lui, che lavorare sul legno è stata una delle sue poche resurrezioni; la musica non gli sarebbe bastata a metabolizzare l’estremismo paterno. Gli è venuto in soccorso il legno e con quello ha iniziato il suo reinserimento. Lo ha fatto grazie a Nilo Biagini, che gli ha insegnato a trattare con i residui degli alberi, certo, ma che gli ha soprattutto insegnato ad ascoltarli. Anche Nick (Becattini) è stato, forse involontariamente, un mio maestro di scultura – ci ha confidato poco dopo l’apertura delle danze -, perché è lui, in qualità di docente strumentale, che mi ha sempre detto di non avere paura del mio suono. Ed è proprio a Nilo Biagini che è dedicata la mostra - e a tutti quelli che. nonostante non siano nel quaderno collaterale l’evento, gli hanno comunque suggerito di non mollare -, riassunta in una brochure dove accanto alle immagini di alcune opere, ci sono brevi didascalie, che non descrivono quello che rappresentano e su quale materiale abbia lavorato, ma quello che ha spinto lui a rubare, impossessarsi e poi scolpire, pensando ad amici di stanza di ospedali psichiatrici, di amici/colleghi stimati ma non abbastanza, di donne che lo hanno ospitato nei giardini e nei grembi. Si tratta quasi sempre di dolore, solitudine, amarezza, inadeguatezza, voglia di volare via, scomparire. Il legno e la sua febbrile necessità di essere rubato da cataste non sorvegliate per evitare di finire in un camino anziché venir glorificato dalle sue mani, dalle sue lacrime e dalla sua disperazione, lo hanno lentamente, ma inesorabilmente, allontanato dalla resa, riassegnandogli, prima, la dignità per continuare a sopravvivere, e poi la forza per provare a cercare l’immortalità. Non basterà il legno, comunque, quei visi scolpiti, quegli abbracci muti, quegli sguardi timorosi verso il basso, così come non gli è bastato il suono maledetto e orante della sua chitarra, né gli amori che ha preso e che prenderà in prestito, rendendoli intatti, stizziti, ma arricchiti, ai predecessori e ai successori, a salvarlo. Non è di salvezza che Alessandro Gonfiantini vuol parlare, ma di come riuscire a non temere la morte. E vista la mostra, che si arricchirà, molto probabilmente, di esibizioni dal vivo (su ciocche di legno preventivamente sottratte) a richiesta del pubblico, è proprio il caso di poter dire che il peggio, forse, sia davvero passato.

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