di Angela Diodato

Da molti anni desideravo andare in India, sedotta da questa terra povera, mistica e dai colori unici e ineguagliabili. Così, quando l'occasione si è presentata, non ho esitato un attimo.

 

Una cara amica appartenente all'ordine delle Suore della Carità di Torino, vive in missione in Tamil Nadu dal 1992. L'ho contattata e insieme abbiamo programmato un viaggio di volontariato al servizio dei bambini disabili. Questa conoscenza ha reso straordinaria la mia opportunità di arrivare alla gente e alle aree rurali, vivendo a piccoli tratti come un'indiana. Ho potuto visitare un villaggio popolato esclusivamente da famiglie appartenenti alla casta più bassa, quella degli intoccabili. Le emozioni sono state avvolgenti, come la folla di bambini che si riuniva attorno a noi, aggiungendosi ad ogni casa che attraversavamo. La conoscenza di un Tata (così chiamano gli uomini anziani) mi ha permesso di sfogliare archivi dei primi del '900, che documentavano la fondazione del villaggio, in cui i cattolici si erano mescolati con gli hindu. Ho scoperto la condanna sociale inflitta alle donne sopra i trent'anni, ripudiate dalla famiglia per aver fallito nello scopo più importante della loro vita: quello di sposarsi in età giovane.

Nel viso di un lebbroso ho scovato la dignità incalpestabile di chi crede che la vita debba andare avanti, pur nell'estrema sofferenza dell'abbandono e del distacco della famiglia, nell'emarginazione della società. Il coraggio deriva dalla solitudine, attraversa la depressione, ma può rinascere nell'amore fraterno tra simili, nella solidarietà di coloro che predicano la carità e la consolazione. Corpi esili passeggiano in giardino mentre altri in penombra si rifugiano in un letto senza comfort a fissare il vuoto o a leggere un giornale. Con rassegnazione, gli occhi comunicano angoscia e il dolore delle piaghe impone di reagire all'esistenza. Osservo alberi di mango e di banano, di jack fruit, fusti altissimi di cocco, ampie distese di immondizia, baraccopoli e case di argilla con il tetto in canna da cocco. Ci sono donne e adolescenti che eseguono lavori manuali nei cantieri, mentre gli uomini li dirigono; essi sono ancora ritenuti superiori ed esercitano lavori di maggior prestigio e ingegno, lì dove alle donne non è concesso di avvicinarsi. La città si anima sin dall'alba; uomini e donne ai lati della strada pregano, praticano sport, alcuni dormono sui gradini dei negozi o all'interno del proprio auto risciò, la sicurezza armata è ovunque.

Poco più tardi dà inizio la corsa sfrenata dei veicoli, i corpi dondolanti all'interno ne risaltano il ritmo. Tuk, autobus, gip, ciclomotori sfrecciano e suonano, a velocità elevata, sulle note di clacson incessanti. Il clacson in India rappresenta uno stato sociale! E' un frastuono all'apparenza nevrotico, ma in realtà incarna la vivacità dell'India, la leggerezza di un popolo che a piedi scalzi, e senza speranze per il futuro, si mostra ospitale e allegro, lontanissimo dalla trappola culturale-cibernetica-economica dell'Occidente. Le donne esibiscono il churidar o il sari, il vento talvolta scopre il ventre, non sempre piatto e non sempre giovane, ma i colori donano un'incredibile armonia. Il bindi tra i due sopraccigli accentua gli sguardi, spesso sofferenti o inibiti, ma mai rabbiosi né scortesi, l'oro tra i denti chiaramente impressiona ma è pur sempre un sorriso che trasmette calore.

Questo è stato un pezzo della mia India, in cui al mattino pedalavo per raggiungere i bambini e nelle umide sere mi allietava il canto di giovanissime amiche. Le tempeste monsoniche e la perdita di elettricità non scalfivano la nostra spensieratezza e le danze nel cortile soffuso.

 

Pin It