SANTA CROCE (PI). È uno dei posti più anonimi della Toscana, Santa Croce sull’Arno: in realtà, non esiste; è un work in progress, una fabbrica costante, ma i pochi indigeni preesistenti all’industria hanno, nel tempo, fatto tesoro delle ondate di lavoratori che hanno ingrossato e contaminato la popolazione residente e da qualche anno, lungo una bisettrice geografica che coinvolge Pisa e San Gimignano, il Comune del pisano lambito pericolosamente e magnificamente dall’Arno è un fulcro artistico di spessore. Soprattutto da quando chi di dovere – e sono in molti, per fortuna – ha iniziato a tessere la tela della sostenibilità quotidiana, quella che non può certo esimersi dai sistemi di produzione.

Nasce così Know-how/Show-how, una geografia di relazioni per Sistemi di visione/Sistemi di realtà e ieri, 4 febbraio, nell’ex residenza Pacchiani, ex asilo comunale, oggi Centro espositivo, in piazza Pier Paolo Pasolini (nulla succede a caso, nemmeno la definizione toponomastica), è stata inaugurata Alluvione d’Arno, una mostra interessantissima curata da Ilaria Mariotti di José Yaque, giovane cubano a origine controllata (questo è quello che ci auguriamo, ma non dovremmo sbagliarci) che ha potuto, voluto e saputo leggere e documentare lo scomporsi e il ricomporsi del materiale umano e dei suoi scarti, un sistema di produzione e consumo testimoniato, paradossalmente, da quello che il fiume, che scorre lì accanto, lascia lungo la propria corsa verso il mare. Opera mastodontica che necessitava di un poderoso coinvolgimento per la realizzazione assicurata dalle sinergie umane, industriali e culturali del congresso di depurazione, bonifica e riutilizzo offerto dagli impianti Aquarno e Usciana e dalla febbrile collaborazione dei Comuni di Pisa e Santa Croce, Toscanaincontemporanea 2016, la Galleria Continua di San Gimignano, Beijing, Les Moulins, Habana Associazione Arte Continua, Gruppo Hera, Waste Recycling, la Camera di Commercio di Pisa, l’Accademia delle Belle Arti di Firenze, il Liceo Artistico Russoli di Pisa e Cascina e il sostegno della Cassa di risparmio di San Miniato. Opera sontuosa, intelligente, utile, forse necessaria; una mostra eraclitiana, all’insegna del Panta rei, che introduce lo spettatore (ieri, per l’inaugurazione, ce n’erano addirittura troppi, di visitatori) nella corretta visione già lungo il vialetto dall’ingresso, sulle cui ali sono ammassati una serie indefinita di scarti industriali delle concerie (pelli, borse, cinture) che sembrano, veramente, essere stati lasciati lì da un’alluvione, anzi, dall’alluvione: dell’Arno. La mostra, è al primo piano; anzi, no, la mostra è dappertutto, perché anche sulla parete centrale esterna viene proiettata una videoinstallazione che parla dell’alluvione, naturalmente, con un sonoro particolarmente toccante, non potuto gustare dalla marea umana che ha popolato l’inaugurazione per l’inclemenza naturale, visto che siamo a febbraio, del tempo.

Anche nella sala a terra, dove è stato allestito un catering vegetariano da sogno, preso con eleganza d’assalto dopo la presentazione, la mostra è presente: ci sono i quadri, composti da materiale di scarto coloratissimo, che raffigurano personaggi deceduti: Frida Kahlo, Jimi Hendrix, Lucio Dalla, Madre Teresa di Calcutta, Amy Winehouse, Federico Fellini, composti da una decina di studenti dell’Accademia fiorentina delle Belle Arti, tra i quali – e qui siamo volutamente e orgogliosamente partigiani – c’è anche e soprattutto, Beatrice Beneforti, alla quale ribadiamo l’augurio di non riuscire a trovare il tempo per poter fare tutto quello che sogna di realizzare. Nell’ala della frutta e dei frutti secchi, invece, ci sono uccelli e animali costruiti con pezzi di riciclaggio, una dimostrazione lampante, bella e tangibile delle innumerevoli facoltà umane e delle sue risorse artistiche. José Yaque e le sue idee sono al primo piano, dove oltre ai visitatori, almeno ieri, si sono anche assemblati, per l’occasione, i rappresentanti politici di questa iniziativa: il Sindaco di casa, Giulia Deidda, quello di Pisa, Marco Filippeschi, alcuni esponenti delle Associazioni traino dell’iniziativa, tra i quali il patron della Waste Rcycling, gruppo Hera, che ha indossato gli abiti del deus ex machina. La presentazione dell’esposizione non poteva che svolgersi nella sala centrale di Villa Pacchiani, quella dove José Yaque ha ammassato centinaia e centinaia di scarpe usate, con un percorso di visitazione simil fluviale e dove sulle quali si sono posizionati i relatori, artista compreso, per parlare dell’evento. E poi i suoi quadri, anzi, le sue tele, che in realtà sono riproposizioni di sono sviluppi fotografici di antiche pellicole figlie, a loro volta, di altre mostre in giro per l’Europa, da Londra a Varsavia, da Glasgow a Madrid, per arrivare a San Gimignano e poi, il passo è breve, a Santa Croce sull’Arno, sempre seguendo il corso, imprevedibile, ma naturale, dei fiumi. La mostra resterà aperta al pubblico fino ad aprile. Vi consigliamo di visitarla in un pomeriggio dal sapore primaverile, a sole già calato, casomai prendendo contatti con l’addetta stampa, Silvia Pichini, che vi terrà informati via mail, non certo inviandovi carta: certo, dimenticatevi il buffet vegetariano, così come le eminenze politiche e le autorità industriali. Ma potrete gustarvi il percorso e l’idea del giovane artista cubano, le contaminazioni artistiche indigene e la meravigliosa idea di come tutto sia già stato creato e come occorra saperlo e doverlo rileggere, se si vuole sopravvivere. Ma non potrete sottrarvi nemmeno dalla considerazione che anche un posto come Santa Croce sull’Arno, che probabilmente non esiste, ha qualcosa di antico e moderno da raccontare.

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