di Libero Scoccimarra

PISTOIA. Ci abbiamo messo due mesi per scrivere questo frammento di dolere. Ci eravamo ripromessi di non farlo. In questa drammaturgia - "In Ginocchio – storie di mafia" - troppe parole ci avevano infastidito. Troppi sconcertanti insulti erano arrivati a noi pubblico che, incosciente della vera mentalità mafiosa, ci siamo sentiti colpiti da quelle frasi, da quei ragionamenti, da quelle accuse, che solo una persona che ha vissuto veramente la violenza della delinquenza organizzata di stampo mafioso può enunciare, sputandocela in faccia con la più grossa delle arroganze “io so! io ho visto! voi, siete tutti colpevoli!”. La lezione storiografica sul 41bis e sul 416bis fatta dal Sostituto Procuratore Claudio Curreli che aveva introdotto con dovizia e passione la mattinata, non era bastata a far capire quanta crudeltà e menzogna si celino dietro un mondo che non è parallelo a quello in cui viviamo, ma è al suo interno.

Anzi, di esso si nutre nelle viscere, fino a inglobarne gli aspetti e le dinamiche e, in un certo senso, le vite. Alla presenza delle autorità della Guardia di Finanza dei Carabinieri e del Prefetto, il processo scenico ha avuto il suo più grande atto di coraggio e di illuminazione. Una vera e propria aula bunker si è aperta di fronte ai nostri occhi, ma non con la voce della giustizia o delle vittime, ma con quella della malafede e dell'ignoranza, che tutto santifica e che tutto vuole santificare, in nome di un potere che svela il suo volto attraverso il sangue e l'omicidio – non solo fisico, ma anche, e soprattutto, intellettuale, morale, civile. Non c'è spazio per gli eroi, ma solo per sconfitti. Sconfitti da questa presunta estraneità dei fatti che li vede e ci vede in prima persona, complici, non di un complotto ma di ciò che oramai è evidente ogni giorno nei media e negli atti processuali oramai pubblici, del: chi vuole sapere si informi, chi non vuol sapere, accetti questa che è una vera e propria condanna, proprio nell'attimo i cui i due boss sono i primi ad accettarne la pena e allo stesso tempo a deriderla. Un mea culpa che non esclude nessuno, nemmeno loro, Luca Privitera ed Elena Ferretti di Ultimo Teatro Produzioni Incivili, che hanno scelto di scriverlo e di metterlo in scena, questo che non è soltanto uno spettacolo, ma una denuncia aperta all'intera società. Interessante anche l'intervento finale attraverso le domande che il pubblico ha posto loro, quando una delle insegnanti che insieme ai tantissimi ragazzi avevano riempito il teatro, ha timidamente chiesto: “come possiamo aiutare i nostri studenti ad aprire gli occhi”? “Dar loro l'esempio - è stata la loro risposta -, insegnargli la poesia, la bellezza e trasmettergli il vero amore... quello per la vita. Non possiamo chiedergli chiarezza e onestà, quando siamo noi adulti, i primi, a non rispettare il senso di queste cose o peggio ancora, ad accettare con il silenzio che altri lo facciano impunemente sotto i nostri occhi. Osservare, capire e agire è l'unico modo per alzare la testa”. Un plauso anche alla Camera di Commercio che sostenuta da Libera – nomi e numeri contro le mafie -, la Provincia, il Comune di Pistoia, la Cgil e la Fondazione Caripit, hanno aperto l'11 aprile scorso le porte del Piccolo Teatro Bolognini ad un lavoro così, senza peli sulla lingua.

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