PISTOIA. È scientificamente inutile nascondersi: la morte, prima o poi, ci troverà. Tutti. Intorno a questo principio si muove, da sempre, l’umore delle genti: chi preferisce non pensarci mai, fino a dimenticarsene, osando, spesso, oltre il lecito e chi, invece, non riuscendo a farsene ineludibile ragione, diventa ostaggio, preziosissimo, di strizzacervelli e montagne di psicofarmaci. Esiste anche una terza via, che è quella meno raccomandabile e più deprecabile, ma che possiamo avere la sfortuna di imboccare senza volerlo minimamente. È quella che si chiama, in parole povere, non le resta moltissimo da vivere, sentenza questa che, abitualmente, pronuncia un medico osservando le analisi o le lastre dell’inerme malcapitato paziente. Anche alla psicologa Francesca Masi, una bella mamma pisana (di Pontedera), qualche anno fa è andata così. Il verdetto – la sua forbice sopravvivenziale oscilla tra i due e i cinque anni -, la sfortunata tumorata, lo ha letto su wikipedia, ma la voglia di non mollare e soprattutto di non mollare il suo piccolo Galileo, l’ha spinta a vedere se in giro ci fosse qualche luminario bravo e gentile capace di farla risorgere prima di morire.

E dopo aver saltabeccato nel nord Italia, ha scoperto, poco distante da casa, a Firenze, per l’esattezza, l’équipe ematologica del professor Alessandro Maria Vannucchi, che con un pizzico di fortuna e tanto studio matto e disperatissimo, ha trovato la medicina per la sua malattia. Il male è ancora lì, beninteso, ma l’orizzonte del tramonto di Francesca Masi si è decisamente allontanato e non è da escludere che questa ragazzaccia, con una giustificabilissima voglia psicotica di sorridere, possa morire di vecchiaia. Francesca però, che la vita non l’ha trovata morta e perché la morte non la trovi viva, ha voluto dare un senso particolare a questo purgatorio, scrivendo un libro: Tu sei oncologica, vero? Con un sottotitolo che riassume bene il contenuto: sì, ma anche psicologa, mamma e tante altre cose. Il volume, prefatto dal primario fiorentino che la sta curando, è stato presentato ieri a Pistoia, nella prima serata di Dialoghi sull’uomo, ma in un altro contesto; al Museo Marino Marini, ospitato dall’associazione We Love (a cui è devoluto parte deio 16 euro del prezzo del libro), presieduta da Emanuela Manetti e vice presieduta dal marito, Gianluca Bini, una coppia che dopo aver vinto una grande battaglia, ha deciso di non smettere di fare la guerra e ha continuato a occuparsi di Assistenza pediatrica oncologica domiciliare gratuita (A.P.O.D.G.). Dopo la loro presentazione, il proscenio se lo sono preso loro: la psicologa autrice del libro, Francesca Masi, il suo angelo custode, l’ematologo Alessandro Maria Vannucchi, Francesca La Mendola, stravolontaria dell’Apodg e Salvatore David La Mendola, un amico dell’autrice che pare sia sulla strada di intraprendere la carriera attoriale, attitudine questa sfoggiata recitando alcuni brevi passi del volume. Non vi abbiamo ancora detto nulla della serata e probabilmente nulla vi diremo: chi c’era, non ha alcun bisogno di leggerci; gli assenti, non ci diranno mai di essere dispiaciuti di averla persa. Però, due righe sull’energia schizofrenica di Francesca Masi le vogliamo spendere comunque, confermando, fino all’esasperazione, la forza di quel luogo comune che diventa comune solo quando ci prendono per i piedi: che non ha alcun senso regalare alla noia e al nulla il nostro tempo, che ogni giorno, proprio perché può essere il primo e l’ultimo, ha ragione di essere vissuto solo se ammantato dallo stupore della vita, con la quale abbiamo il diritto, o meglio, il dovere, di fare quotidianamente i conti, soprattutto con le persone che ci girano, sistematicamente, intorno. La serata, ovviamente, non è stato un saggio esistenziale sul mimmalismo, ma un piacevole ricordo del buio che ha improvvisamente investito la vita di Francesca Masi e della luce che è riuscita a ritrovare grazie all’ostinato incontro avuto con la medicina, scrupolosa e creativa, dell’équipe di Alessandro Maria Vannucchi, che è riuscito a trovare la medicina giusta in grado di spuntare la cresta agli strani globuli rossi della sua paziente. Hanno parlato anche di umanità scientifica, della correlazione, soggettiva e unica, tra paziente e cura, di un terzo settore, il volontariato, sempre più indispensabile e dei rischi deontologici che gravitano, inscindibilmente, attorno all’abuso informatico. E del suo piccolo, grande Galileo, il figlio, che sembra avere tutto il tempo di ricambiare il favore, per fortuna!

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