FIRENZE. Dopo averle urlato brava l’ennesima volta, abbiamo preferito andarcene. Ma non perché il dibattito condotto dal collega (e amico) Attilio Scarpellini seguito allo spettacolo Bad Lambs non fosse gradevole; anzi, senza alcun dubbio qualche nodo ce l’avrebbe sciolto e la comprensione, migliore, ci avrebbe sicuramente consentito una recensione più attenta, dettagliata. Ma ci siamo ingelositi della cascata di emozioni ricevute durante la rappresentazione e siamo scappati a casa, per scrivere, senza aggiungere nulla a quello che siamo sicuri d’aver sentito. Un balletto cocondotto da un ragazzo su una sedie a rotelle, uno senza l’avambraccio destro e un non vedente, che hanno atteso in fondo al palco che il pubblico affluisse tutto, al Cantiere Florida, di Firenze e si sedesse, prima di iniziare, sarebbe potuto essere una coraggiosa perlustrazione, seppur iniettata d’arte, sulla disabilità. Che ci fossimo sbagliati l’abbiamo capito immediatamente, per fortuna, ma non per merito del nostro acume o per le immagini sul fondale del proscenio, la musica profusa, i manifesti attaccati alle pareti, o la cronaca dettagliata dell’incidente. Solo perché ci siamo seduti, rilassati e abbiamo avuto l’umiltà (è questa, forse, l’arma con la quale si può sconfiggere la morte, o almeno il vuoto che produce) di ascoltare.

Senza sapere se Michela Lucenti (brava l’abbiamo urlato a lei, sottintendo di spartirlo con chi ha creduto e condiviso il progetto), regista, ideatrice e coreografa di questa meraviglia delle meraviglie, abbia voluto, in cuor suo, o in quello trapiantato nel torace di un cretino qualsiasi - che poi anche lui avrà le sue cose da dire -, ambire a questo risultato. Strepitoso, comunque, al di là e oltre ogni ragionevole coinvolgimento emotivo che ci ha incollato alla poltrona, suggerendoci, almeno in un’occasione, quella nella quale il paraplegico viene innalzato al cielo, come trofeo di vita, come sconfitta della morte, di piangere. E lo abbiamo fatto, soprattutto pensando alla nostra immotivata rabbia, che consiste nel non riuscire a riempire quei vuoti che la nostra presunzione scava e genera sistematicamente, quei lutti che non abbiamo saputo metabolizzare, quei dolori che non siamo stati capaci di trasformare in energia. Con Michela Lucenti, essere primordiale, replicante, di rara bellezza e armonia, Maurizio Camilli, Giacomo Curti, Ambra Chiarello, Giuseppe Comuniello, Aristide Rontini, Emilio Vacca, Natalia Vallebona e Simone Zambelli, che rappresenta il resto del corpo di danza, ma anche di denuncia e di speranza, se abbiamo voglia di riscrivere le nostre convenzioni, che hanno sempre necessità di cercare e trovare un nemico, sul quale scaricare le nostre frustrazioni e con il quale guerreggiare, affinché il fantasma che alberga nelle nostre esistenze cessi di esistere o almeno assuma le sembianze e la fisionomia di qualcuno che possa essere codificato dai nostri sistemi percettivi. La storia, coprodotta da Balletto Civile e da altre compagnie, è quella dei 21 grammi, o quella scritta da Maylis De Kerengal, Riparare i viventi, quella del ciclo ininterrotto e ininterrompibile della vita e della gioia che questa riesce a distribuirci a qualsiasi latitudine, in qualunque contesto, al cospetto di ogni manifesta e non sopprimibile menomazione. Certo, la morte di un soldato pesa sicuramente meno rispetto a quella del suo comandante; e al suo funerale, ognuno ha il diritto di piangerlo e ricordarlo come crede, ma a patto che asciugate le lacrime ognuno torni al proprio posto e sappia ricominciare e continuare con tutti quelli che ci sono ancora, senza dimenticare che molti di loro, inoltre, del generale, ne ignoravano l‘esistenza.

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