FIRENZE. Dieci anni fa, quando idearono l’escamotage che uno dei loro futuri spettacoli lo avrebbero fatto i loro beniamini artefici di una riflessione scritta su una cartolina campeggiata dalla domanda l’occidente sopravviverà da qui al 2025?, non pensavano, forse, che nel corso dei due lustri successivi il successo – guadagnato, meritato, condiviso e contrassegnato da premi a ripetizione -, quello spettacolo, glielo avrebbe praticamente confezionato. Certo, in Time Capsule (in prima nazionale ieri al Teatro Cantiere Florida; si replica stasera, sabato 20 dicembre, ore 21), oltre a qualche riflessione tragicomica e le chicche della giovanissima Ambra, incazzata come una biscia con la compagna di classe e con il mondo intero, c’è tutto il savoir faire teatro dei Sotterraneo, lo storico trittico Sara Bonaventura/Claudio Cirri/Daniele Villa accompagnato e affiancato da simpatiche meteoriti da palcoscenico alle quali auguriamo pari successo (Lorenza Guerrini, Daniele Pennati e Giulio Santolini, nella circostanza), ma armati, da sempre, dai loro esordi, per nulla timidi, anzi, sfrontatissimi, da una perfetta sincronia dei tempi, dell’uso del corpo, dell’attività ginnica e dal bronzo dei loro visi dietro ai quali riescono, sistematicamente, grazie a una maschera trasparente applicata sulla cute, a nascondere l’immensa soddisfazione nel riempire, puntualmente, ogni teatro nei quali si esibiscono, mista all’incredulità di riuscire a farlo grazie all’elaborazione di alcuni semplici, ma ingegnosissimi, accorgimenti scenografici. Il dato di fatto, inequivocabile, del padre/figlio/spiritosanto Sotterraneo è l’insindacabile intelligenza delle loro ideazioni. Lo abbiamo sempre sostenuto, da quando, venti anni fa, si proposero al grande pubblico e noi avemmo la fortuna di essere, già allora, privilegiati spettatori del loro teatro (s)convenzionale, fatto di ironia, sarcasmo, tragicommedia, meraviglioso e rodato equilibrio, chirurgico coinvolgimento del pubblico, che offre, sempre, ideali suggerimenti, impeccabili geometrie sceniche, triangoli scaleni che sono diventati, con il susseguirsi delle rappresentazioni, esemplari equilateri, con un perfetto dosaggio di responsabilità, una rockband nella quale tutti si possono sentire autorizzati a essere Freddie Mercury. La citazione della leggendaria formazione britannica si deve soprattutto, al di là dei loro insindacabili meriti cosmici e di ogni tempo, a una delle idee geniali di Time Capsule per rappresentare lo stato d’animo di chi, il teatro, lo vive da fattore e non fruitore: una telecamera posta sul palcoscenico di uno dei concerti dei Green Day che inquadra la folla (60.000 spettatori) in attesa dell’evento e che canta, tutti insieme, spontaneamente, e in perfetta intonazione, Bohemian Rhapsody, il brano cult dei Queen, quello nel quale si racchiudono tutti gli angeli e i demoni del suo fondatore ed è il brano, storico e leggendario, con il quale, dopo molte altre piacevoli schermaglie, si chiude il sipario. Ma è solo un espediente; lo spettacolo incalza e incalzano gli scritti sulle cartoline, quelle raccolte, nel 2015, nel silos del Teatro Studio di Scandicci e che i tre ex ragazzi, divenuti, oltre che grandi, coscienti e responsabili, hanno spolverato per la bisogna, costruendone lo spettacolo che accompagna questi meravigliosi primi venti anni dei Sotterraneo. Il catastrofismo, l’augurio che nel frattempo Silvio Berlusconi sia morto e l’inarrestabile marcia dei Cinesi alla conquista di TUTTO, Occidente compreso, sono i dati e le annotazioni più frequenti; non mancano messaggi di pace e amore, qualche timore fugabile e alcune codificazioni forse comprese e comprensibili solo nella circostanza temporale. Nella platea del Florida ci sono tutti, ma proprio tutti: tutta la Critica toscana, moltissimi fedeli seguaci e molti colleghi, giunti anche da regioni limitrofe, che nei confronti di Sara/Claudio/Daniele nutrono, inevitabilmente, tanta stima e un briciolo d’invidia. Time Capsule non è uno spettacolo, però, è una festa. E allora, a prendersi una borracciata di applausi, approfittando anche (e perché no) per farsi un po’ di sana pubblicità, sul palco sale anche l’altra Regina delle Scoordinate, Francesca Sarteanesi, invitata dalla sorella/collega Sara Bonaventura, che nei due minuti concessile dal copione si comporta esattamente come fa quando è lei l’unica protagonista delle sue storie ignobili. L’unica grande novità è la piccola compartecipazione scenica di Daniele Villa, il 33% periodico della formazione teatrale, che in questa occasione appare solo poco prima del limitare della rappresentazione, proveniente dalla platea, con una maglietta viola, della Fiorentina. Sì, perché qualcuno, nelle cartoline, aveva scritto che nel 2025, la Fiorentina, avrebbe forse potuto vincere la Champions League, la vecchia Coppa dei Campioni; calcisticamente, invece, l’aria che si respira all’Artemio Franchi ha ben altro profumo. Fino alla mezzanotte, il popolo del Florida, ieri sera, è restato tra il foyer dello stabile (che non ha più quelle meravigliose e calde porte di legno che non si chiudevano mai, ma metalliche, ma funzionali, porte con maniglioni antifuga) e via Pisana; chiunque li ha voluti ringraziare, abbracciare, complimentandosi. Eppoi, accanto alla cassa, tre montagne di nuove cartoline, sulle quali scrivere nuove impressioni, che nel 2035 diventeranno, probabilmente, Letters of Florida, immaginando i magnifici tre sui palcoscenici di Tallahassee.

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