SE CI AVETE fatto i conti, se lo avete ascoltato, e ascoltato, ascoltato e, come noi, ne siete rimasti folgorati, tanto da portarvelo dietro, nel cuore e nella colonna sonora della vostra esistenza, al fianco di altri mostri sacri come lui, non vi perdete, al cinema, in alcun modo, Je so pazzo, il film di Nicola Prosatore, che ha confidato nella biografia scritta dal figlio Alessandro per rendere a noi quel Pino Daniele di cui tutti, ma proprio tutti, ne sanno vita, morte e miracoli, ma soltanto a Napoli. Perché il film, adorabilmente interpretato da Massimiliano Caiazzo, fotografa, esemplarmente, l’aspetto umano e interiore del cantautore napoletano, tentato dalle zie (Lia e Bianca, Monica Nappo e Antonia Truppo), con le quali è cresciuto, di intraprendere la carriera aeroportuale, visto che con la musica, quella della Batrocomiomachia, non riusciva a decollare. Il film racconta il rapporto conflittuale con il padre Gennaro (Giovanni Ludeno), quello impotente e incompiuto con la madre, quello tenerissimo con la corista/fidanzata/moglie Dorina (Mariasole Pollio; ma chi cazzo l’ha vestita sul tappeto rosso del Festival del Cinema di Roma?), l’indispensabile irriconoscenza verso Rosario Jermano (Giuseppe Brunetti), l’amore per Carmine, il fratello minore (Mirko Della Vecchia), meno dotato e fortunato di lui, ma soprattutto quello caparbio, ostinato e predestinato con sé stesso. Certo, il nostro benevolo giudizio fa maldestramente i conti con un’incancellabile memoria, quella che con la sedimentazione del tempo ha fatto sì che per noi, Pino Daniele, sia diventato – e lo resterà per sempre – un indispensabile punto di riferimento musicale, poetico e di totale disallineamento. Il titolo, del resto, rappresenta la follia con la quale Pino Daniele decise di non svendere la sua musica barattandola con alcun compromesso; le sue preoccupazioni estetiche di non poter diventare, chiattulelle com’è sempre stato, un cantante rockblues; la sua ostinazione a non trasformare la propria musica in tarantella, ma trascinando la tarantella nella propria musica, regalandole un secondo, inaspettato, definitivo battesimo. Siamo nei rioni di Napoli e lì si resta per l’intera durata della proiezione: le prove, gli amici, spiantati come lui, le prime proposte discografiche, il rifiuto di una viscida commercializzazione, fino al successo oceanico, quello di Nero a metà, che materializza la sua cosmicità nel concerto di piazza del Plebiscito del 19 settembre 1981, un anno dopo il terremoto, dove ad ascoltare il loro messia accorrono duecentomila spettatori, chiamati dal loro profeta, gratis, a provare a ricominciare. La delicatezza del film, consacrata dalla lunga premessa dell’intera proiezione, viene suggella dalle sue ultime immagini, quando il giovane e bravo Massimiliano Caiazzo scende dal set e torna a indossare gli abiti dello spettatore e sul palco della piazza napoletana la telecamera si avvale di immagini d’epoca, quando Pino Daniele e la sua SuperBand (Tullio De Piscopo: batteria; James Senese: sax; Tony Esposito, percussioni; Rino Zurzolo, contrabbasso; Joe Amoruso, tastiere) provano a cicatrizzare Napoli dalle proprie ferite.