PISTOIA. Più che qualcosa, in Something, la prima parte della nuova Trilogia prodotta da Stazione Utopia, abbiamo scorto l’ansia dell’attesa, a una stazione della metropolitana, in una grande capitale caotica e infernale. Il sottofondo musicale, tanto funereo quanto irrimediabilmente avveniristico, prodotto da Simone Faraci, stride, a dismisura, con il meraviglioso, distratto e affatto complice cinguettare di passeri incantati da un’estate che stenta a scappare. Il piazzale di Palazzo Fabroni, del resto, a Pistoia, è veramente un luogo ideale per certi adattamenti, perché è così immerso nella città che riesce a starne lontano, come ieri, attiguo al lieto imbarbarimento mondano, dove la gente cerca e trova ristoro nella distrazione collettiva, un’innocua confusione, che tanto giova all’immobilismo e al nichilismo. Dalla strada, arriva Francesca Siracusa: nero totale, per mimetizzarsi, forse, da una folla così feroce tanto da sembrare invisibile. Decide di sdraiarsi, reputandola soluzione ideale; da cosa si vuol proteggere? Non lo dice e non sembra nemmeno avere paura, ma prima di alzarsi e volteggiare fin dove era arrivata, aspetta il transito della seconda metropolitana; la prima, l’aveva persa, per un’inezia. Sul-levare, invece, secondo allestimento, è la morte di un cigno che si reincarna in un Pierrot strappato, per sempre, alla danza, alla fiaba e alla poesia. La musica di Dombre provoca ed esecra i passi di Simone Cristofori, che, se solo potesse, fuggirebbe lontano da quel ring ipnotico e stordente. Del resto, che sia pronto a darsela a gambe levate, lo si capisce dagli indumenti, buoni per fuggire, il più lontano possibile e nel minor tempo a disposizione. Ma la provocazione sonora lo induce a restare; anzi, con il trascorrere degli istanti, con quei suoni maledetti e da maledire, inizia addirittura a familiarizzare, trovando con quella amelodia il modo per come instaurare una inaspettata complicità. Finirà per rimanerne terribilmente e inesorabilmente attratto, decidendo, nonostante le premesse, di voler restare proprio in quel punto, dove, probabilmente, potrà piantare la tenda del resto della sua vita. Con Donna con serpente, e il cerchio si chiude, forse perché dal Piazzale siamo saliti al primo piano, in una delle stanze del Palazzo, l’immagine claustrofobica ci ha indotto a credere che l’incantatrice di serpenti, anzi, di uno solo, fosse in realtà agli sgoccioli con la propria vita e che fosse giunto, per lei, il momento di tagliarsi i viveri. Abbiamo immaginato un tubo del gas acceso in una modesta dimensione architettonica; pochi minuti inalati e sarebbe accorsa l’informazione, quella che si nutre, saprofiticamente, di cronaca nera. Abbiamo pensato che il lento sinuoso movimento di Claudia Catarzi fosse, in realtà, il rantolo di questa incantatrice fallita di rettili, alla quale, come ultimo regalo, Francesco Giomi, le avesse regalato una degna sonora uscita di scena. Poco prima del termine della terza e ultima rappresentazione, invece, abbiamo capito il significato, per nulla astratto, né tanto meno recondito, dell’allestimento; l’incantatrice di serpenti, abituata a volteggiare, incurante del pericolo, con i suoi rettili velenosissimi, si è lasciata trasportare dalla sua antica e mai doma professione confondendo il tubo dell’aspirapolvere con un potentissimo pitone, non accorgendosi che cingendoselo al collo, il terminale elettrico si è staccato dalla presa e per questo, per pulire, ha dovuto fare ricorso all’olio di gomito. Abbiamo finto di non capire nulla? Non abbiamo, oggettivamente, capito nulla? È questo il senso di Stazione Utopia, un nonsenso talvolta irritante, che troverà consensi, non solo tra gli addetti ai lavori, ma anche tra coloro che la domenica intasano le vie della città colorate di grigio, solo quando il vecchio impresario Saverio Cona non potrà apostrofarvi tutti con un: e che vi dicevo io?
Stazione Utopia; nuove tre fermate