PISTOIA. Dipinge da una vita, Marta Carlesi; è stata una delle allieve, particolarmente predilette, di Umberto Mariotti e ha assaporato tutta l’atmosfera culturale - e pittorica – degli anni ’60, quella contraddistinta da Remo Gordigiani e Iorio Vivarelli, tanto per fare due nomi. Nel tardo pomeriggio di sabato 27 giugno, in due sale dell’Osteria Le Panche, a Pistoia, alla fine della Valle del Reno, c’è stata l’inaugurazione (rimarrà aperta ai visitatori fino al prossimo 30 luglio) di una sua nuova personale, emozioni, curata da una delle amiche più presenti dell’artista, Cinzia Menichetti, che prima di guidare i presenti alla vista radiografica dei dipinti, ha fatto una piccola, ma forbita, presentazione, raccontando la lunga traiettoria pittorica della protagonista e quella sua indomabile ricerca dell’inaspettato, dell’imprevisto, della sorpresa. Però, oltre i colori, il movimento, presente anche laddove il bianco e il nero prendono il sopravvento, dietro questa mostra c’è un dettaglio che oltrepassa ogni confine artistico e arriva, da dove è partito, diritto al cuore. Di continuare a dipingere, nonostante lo scorso novembre abbia compiuto novanta anni, di non arrendersi all’incedere degli anni, delle fatiche, degli acciacchi, glielo ripeteva sempre sua figlia Ludovica Braccesi, gemella di Raffaello e sorella di Guglielmo, che proprio un anno fa, il 5 luglio 2025, si è dovuta arrendere a uno di quei mali che, per ottimizzare impressioni, commenti e giudizi sull’inesorabilità, vengono assemblati nella categoria incurabili. E poco prima che Ludovica morisse, a casa, fece recapitare un pacco, parecchio ingombrante, che aveva ordinato a insaputa della madre; conteneva, colori, pennelli e cinque tale: bianche, da imbrattare, da seminare, da far germogliare. Era il suo sogno – racconta Marta Carlesi, sottratta, per qualche minuto, dai sorrisi, gli abbracci e i complimenti dei molti presenti -: non potevo deluderla. Ma visto che la morte l’ha portata via, il suo sogno è diventato per me un ulteriore impegno: finita questa mostra, raccoglierò tutti i miei dipinti (sono oltre trecento, n.d.r.) e li metterò all’asta, con il desiderio di poter donare quanto più possibile, perché devolverò l’intero ricavato, alla ricerca contro i tumori. Prima di morire, Ludovica, mi ha chiesto di credere in Dio; non ricordo cosa le ho risposto, ma nonostante il dolore lancinante potrebbe anche suggerirmi di farlo, resto, senza alcuna punta di orgoglio, laica e da laica combatterò, fino a quando ne avrò le forze, perché il male che mi ha portato via Ludovica rallenti almeno la sua ferocia, la sua inumanità. Non abbiamo strumenti per disquisire sulla tecnica artistica di Marta Carlesi; per questo non ci permettiamo di dare alcun suggerimento a chiunque ne fosse interessato. Di umanità e sensibilità, però, siamo particolarmente appassionati e per questo, dopo la mostra, abbiamo preferito tornare verso casa, immaginando come sarebbe stata Ludovica, da vecchia, se il tempo glielo avesse concesso: la fotocopia di sua madre, ma soprattutto per capire come metabolizzare il dolore di Marta e provare a decifrare il suo coraggio.
Il sogno di Ludovica