NON POSSO e non voglio sottrarmi dal ricordare un artista che insieme a pochi altri condizionò, irreversibilmente, la mia adolescenza e quello che è stata la mia ideologia di tutta una vita. Quando, in un’intervista, confidò al mondo di essere sempre stato un elettore socialista, avrei voluto dirgliene quattro sul viso, senza però rinnegare la poetica romantica e rivoluzionaria che le sue canzoni, ballate forse è il termine più corretto, avevano suscitato nella mia formazione intellettuale. Perché i testi di alcune sue ballate le ho imparate immediatamente a memoria, accompagnandole, tra l’altro, con la chitarra: suonarle non era affatto complicato; cantarle, ancor meno. Perché in quelle quartine, sempre rimate, ma mai, mai, banali, ho coltivato, spartendo la semina con migliaia di miei coetanei, la mia colonna sonora rivoluzionaria. Sì: c’ho creduto e quando le ho sentite per la prima volta - e subito provate a ricantare -, ho pensato che La Locomotiva, Il vecchio e il bambino, Le cinque anatre, Piccola città, Eskimo, Canzone di notte n° 2, Il pensionato, Piccola storia ignobile, Libera nos Domine, Vedi cara, In morte di S. F., Un altro giorno è andato, le avesse scritte anche per me, Francesco Guccini, per convincermi che quello che stavo sognando, progettando e pianificando avesse un senso, una ragione e che dovessi crederci. La vita, poi - e non solo la mia -, ha rivolto la prua altrove, ma la dolcissima nostalgia che mi prende quando, ogni tanto, mi fermo a pensare alla mia gioventù, dipende anche dalle sue parole. Per questo, stasera, imbraccerò la chitarra, non accordatissima, e strimpellerò, cantando, e un’altra volta è notte e suono, non so nemmeno io perché motivo, forse perché son vivo; e voglio in questo modo dire sono, o forse perché è un modo, pure questo, per non andare a letto, o forse, perché ancora c’è da bere e mi riempio il bicchiere.
E un'altra volta è notte