di Caterina Fochi
La legge del mercato è un film che ha il ritmo della normale, banale ma reale quotidianità, quella che tutti noi viviamo e dalla quale, non appena possibile, cerchiamo di evadere magari andando proprio al cinema.
Stéphane Brizé con questo film ci racconta storie di vita che non hanno niente di straordinario, rese ancora più reali dal fatto che, a parte Vincent Lindon, tutti gli altri attori non sono professionisti ma svolgono nella vita le stesse mansioni che interpretano sullo schermo. I fatti procedono con una gradualità che, senza mai trasformarsi in lentezza, ci portano a seguire passo passo, il percorso di un uomo, Thierry, di 51 anni che, come tanti altri, perde il lavoro dopo 25 anni perché la sua azienda ha delocalizzato (un eufemismo per non dire che si è trasferita dove può produrre con manodopera a minor costo) e che entra quindi in una spirale inesorabile che si può solo subire. Mobilità, liste di collocamento, corsi di formazione che non servono a niente se non a giustificare il lavoro di altrettanti impiegati negli uffici preposti che altrimenti sarebbero essi stessi altri disoccupati. Thierry accetta civilmente di seguire tutto ciò che gli viene suggerito di fare da una serie di interlocutori che nonostante l’indifferente gentilezza fingono di credere che sia tutto ovvio e necessario fino a che una prima incrinatura spezza con l’ironia l’impenetrabilità dell’ineludibile ed allora a stento riusciamo a credere che una gentile e pacata direttrice di banca arrivi a consigliare di vendere la casa, frutto dei sacrifici di tutta una vita, per acquistarne una più piccola ed investire ciò che avanza in una assicurazione che ovviamente sarebbe più conveniente ma solo per la banca. A salvarlo da questa catastrofe arriva un’assunzione presso un supermercato dove Thierry avrà il compito di controllare e sventare i tentativi di furto. Questo nuovo lavoro se da un lato porta un sospiro di sollievo economico anche e soprattutto alla sua famiglia, appesantita dal carico di un figlio disabile che non crea mai compassione ma anzi è la leva che dà forza e solidità al personaggio di Thierry, dall’altro ci trascina tutti, protagonista compreso, davanti ad un dilemma di tipo morale quando si scopre che i “ladri” sono persone fragili, piegate dalla necessità più che dal vizio e che gli ingranaggi del sistema infieriscono approfittando di questi momenti di debolezza per licenziare perseguendo soprattutto gli interessi dettati dalle esigenze di mercato. Ed è allora un obbligo a questo punto dire che il titolo internazionale, scelto per questo film, è A simple man perché Thierry non è un eroe ma un uomo semplice ma solido e moralmente onesto che non si piega davanti all’ultimo diritto negato: la dignità. La legge del mercato è un film di drammi silenziosi che solo chi ha vissuto conosce e che sullo schermo non si vedono mai, è un film senza musica consolatoria, che non tira alla lacrima facile e non ha scene madri ma è un film che ci ricorda che nessuno di noi può fare finta di niente di fronte al tentativo di disumanizzazione di un sistema che non si può accettare.
