di Caterina Fochi

Resta per tutti un ricordo indelebile quello dell’ultimo giorno di scuola, quando finalmente si lancia la cartella fuori dal portone, si salta abbracciati ai compagni di scuola, si ride, si urla di gioia, si corre verso la libertà dell’estate e si pensa alle vacanze, ma soprattutto si pensa alle vacanze al mare.

 

E’ così che inizia Mustang, aprendo il sipario su uno scenario allegro, spensierato e contemporaneo, privo di costrizioni e problemi. Le prime immagini ci mostrano un gruppo di ragazzi che festeggiano proprio l’ultimo giorno di scuola prima delle vacanze estive rincorrendosi sulla spiaggia, tuffandosi in mare e lottando, mettendosi a cavalcioni: le femmine sopra, rigorosamente vestite con la divisa scolastica; i maschi, più robusti, sotto. Ma poco alla volta l’inquadratura si restringe e ci rendiamo conto di essere in Turchia, a Inébolu, un piccolo villaggio costiero reazionario e tradizionalista e allora le cose cambiano, ma soprattutto cambiano per Sonay, Selma, Ece, Nur e Lale, le cinque bellissime sorelle protagoniste del film che, rimaste orfane, vivono insieme all’anziana nonna e allo zio e che interpretano, anche se da prospettive differenti, gli aspetti più arcaici e tradizionalisti della società turca.

Sono proprio questi ultimi infatti che, sentendo minacciata l’onorabilità e la reputazione della famiglia dal comportamento delle ragazze, erigono attorno a queste una vera e propria prigione fatta non solo di sbarre alle finestre, ma soprattutto di barriere metaforiche. Le cinque recluse verranno quindi educate ai lavori domestici per poter essere velocemente sposate e quindi riabilitate con matrimoni combinati e nel frattempo, pur opponendosi con quanta più determinazione possibile, non resta loro che cercare di far sopravvivere la voglia di vivere. Le diverse personalità, descritte con grande sensibilità, indicheranno a ciascuna una diversa via di fuga e di conseguenza un destino differente fino a chiudere il cerchio esattamente da dove si era partiti, con l’abbraccio tra Lale, la più giovane delle sorelle e la sua emancipata, colta e materna insegnante che nella moderna città di Istanbul lascerà presagire un futuro possibile.

Questo stesso futuro carico di speranza lo si può prevedere anche per Deniz Erguven, la giovane regista turca d’adozione francese che con questa sua opera prima si è aggiudicata al festival di Cannes 2015 il premio Label Europa e che si avvia brillantemente alla rincorsa all’Oscar per il miglior film straniero. E’ sempre guardando al futuro che ci si auspica che film come questo non abbiano successo solo perché belli e coinvolgenti, ma perché indispensabili a denunciare come in molte società ancora la condizione delle donne sia di sottomissione e inferiorità e il ruolo della femminilità relegato alla sola sessualità.

Ecco allora che il ruolo della professoressa diventa di fondamentale importanza nell’indicare la via della salvezza attraverso la cultura e l’educazione ai sentimenti.

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