di Caterina Fochi
La misteriosa immagine del grande scheletro di Balena spiaggiata, che ricorre in Leviathan, non può non evocare il Leviatano (Fa ribollire come pentola il gorgo, fa del mare come un vaso di unguenti. Nessuno sulla terra è pari a lui, fatto per non aver paura. Lo teme ogni essere più altero; egli è il re su tutte le bestie più superbe - Giobbe 40:25-32, 41:1-26).
La stessa che ritroviamo nella citazione di Giobbe il cui Libro guida la mano del regista Andrei Zvyagintsev nella riscrittura di quella che è una delle più complesse e oscure parabole dell’Antico Testamento.
Un testo così fondamentale che anche Giuseppe Ungaretti, quando durante una conferenza gli fu chiesto, un po’ per gioco, un po’ per provocazione, quale secondo lui sarebbe stato il primo libro da consegnare ad un’ipotetica umanità che fosse apparsa improvvisamente sulla faccia della terra da un altro ipotetico mondo, lui, prestandosi al gioco, disse che al primo posto avrebbe collocato il Libro di Giobbe. Come rappresentazione ideale della nostra umanità che non vede Dio con limpidità, ma lo cerca attraverso la galleria oscura delle sue contraddizioni e delle sue assurdità. E assurdo, folle ed insensato, è il destino che si abbatte sulla vita di Kolia, un uomo qualunque che fa il meccanico di automobili, ha un passato nell’esercito e vive con il figlio adolescente e la seconda moglie in un paesino nel nord della Russia di oggi, che viene preso di mira da Vadim, sindaco prepotente e corrotto dello stesso paese che ha deciso di volere per sé la terra e la casa di Kolia per farne una speculazione edilizia.
Quest’ultimo, spinto anche da un temperamento violento e inflessibile, si scaglia contro i soprusi subiti avviando una causa legale con l’aiuto dell’amico fraterno Dimitri, avvocato di successo a Mosca, che invece porta un’altra sventura nella vita di Kolia, avvicinandosi troppo alla sua bella moglie. La lotta per difendersi dalla furia del potere che si accanisce su di lui come un mostro e che rimanda, come seconda citazione al Leviatano del trattato secentesco di Thomas Hobbes, è impari e titanica anche perché la polizia, la magistratura, la burocrazia - e da ultimo anche la chiesa ortodossa - sono tutti complici del vile sindaco (che piccolo e misero riceverà l’avvocato di Kolia nel suo ordinario ufficio sovrastato da una minacciosa fotografia di Putin appesa alla parete) nel condurre quest’uomo ormai spogliato di tutto nel baratro della sconfitta.
A chiudere questa parabola che, a differenza di quella biblica che vede la restituzione a Giobbe di tutte le sue fortune raddoppiate, è il pessimismo, la rassegnazione all’assenza di una forza superiore che regoli la vita degli uomini lasciati soli nel vuoto e nel silenzio apocalittico, la morte di ogni speranza di riscatto e salvezza per i più deboli e esposti.
La stessa sventura però ci auguriamo non contagi anche l’opera di Andrei Zvyaginstsev, ma soprattutto auspichiamo che le complicazioni e gli impedimenti che hanno segnato gli esordi di questo film fondamentale non spengano la creatività di un autore tra i più potenti a livello internazionale non solo per lo stile e i contenuti, ma soprattutto per il coraggio delle scelte.
