di Caterina Fochi

Il ponte delle spie, regia Steven Spielberg, sceneggiatura Matt Charman, Ethan e Joel Coen. Soggetto originale: la Storia. Se a queste premesse aggiungiamo un protagonista come Tom Hanks che, nonostante due premi Oscar, riesce ancora una volta a superare se stesso; un incredibile Mark Rylance, che invece un Oscar non può non averlo davanti a sé in futuro e senza dimenticare un cast straordinario tra cui corre l’obbligo di ricordare Alan Alda (direttamente dal clan di Woody Allen) e Sebastian Koch (Le vite degli altri), allora possiamo stare sicuri: assisteremo a un film bellissimo.
Il ponte delle spie invece non è un film bellissimo, ma un film perfetto in valore assoluto e nel senso più classico del termine: dosa magistralmente retorica e mestiere con una tempistica da manuale, non scade mai nella maniera e costruisce una storia a forte impatto emotivo, in autentico stile Anni ‘40/’50. Una di quelle basate su fatti veri e che grazie anche alla raffinata e polverosa fotografia di Janusz Kaminski (già pluripremiato dall’Academy), fila senza sbavature e riesce a coinvolgere e a sorprendere anche e soprattutto per l’originalità, già dall’incipit, che con una geniale trovata intriga e anticipa allo spettatore quello che accadrà.
Siamo nel 1957, in piena Guerra Fredda, quando l’Fbi cattura a New York la spia russa Rudolf Abel (Mark Rylance). All’avvocato assicurativo James Donovan (Tom Hanks) viene chiesto di prenderne le difese per un processo puramente formale, ma lui supera tutte le aspettative e senza indugi si appella ai più alti valori etici e morali della costituzione americana: …io sono irlandese, lei è tedesco, ma cosa ci rende entrambi americani? Una cosa sola, una, una sola: il manuale delle regole, lo chiamiamo Costituzione e ne accettiamo le regole... e incurante degli ostacoli riesce non solo a evitare la pena di morte al suo assistito, ma ad avviare e concludere con successo lo scambio della spia russa con due cittadini americani.
Come già in precedenza con Shindler’s List e Salvate il soldato Ryan, anche in questa pellicola Steven Spielberg ci racconta la grande Storia come fosse un puzzle dove le tessere sono costituite da fatti minori, ma esemplari, dove i protagonisti sono uomini comuni che diventano eroi quando mettono al centro dei loro valori l’essere umano al di là di ogni interesse, nazionalità, cultura, lingua e religione.
Un film di grande attualità, in questo momento storico, ma soprattutto in questo anno così ricco di avvenimenti, che ci costringe a riflettere su quelli che sono i valori e gli ideali più nobili dell’umanità verso i quali dovremmo restare concentrati e che, con forza e convinzione, dovremmo cercare di non dimenticare mai.
