di Caterina Fochi

Accetterò il mio destino quando Zeus lo vorrà (…) Achille preparò per lui, per vendicare Patroclo, un estremo oltraggio. Gli fece due fori nei piedi, vi fece passare delle funi e legò il corpo di Ettore dietro al carro (…) Priamo vide dall’alto l’orrendo spettacolo. I suoi lamenti disperati si levavano fino al cielo.
Il dolore di Priamo, il dolore di Hugh Glass, lo stesso dolore epico. Alejandro Gonzàlez Inàrritu come Omero non trova le parole per raccontare il dolore incommensurabile di un padre che assiste alla morte di un figlio. Revenant è un urlo disperato che si leva oltre i confini del mondo dove l’orizzonte della terra si fonde con l’orizzonte del cielo, dove la vita e la natura sono incompatibili e dove, con uno sforzo inimmaginabile, ci porta la macchina da presa di questo prometeico film per farci sprofondare in quella sofferenza che prima di tutto è viscerale, istintiva e che non si può immaginare, ma solo sentire.
Così, dopo l’inziale e violentissimo combattimento di un gruppo di trapper con le tribù indigene che ci colloca nel grande nord americano all’inizio del diciannovesimo secolo durante una spedizione di caccia finalizzata alla vendita delle pelli, il regista ci fornisce da subito la chiave di lettura di questa avventura esistenziale: un lungo e spettacolare piano sequenza che, pur essendo ricostruito in Cgi, risulta di un realismo impressionante e entra di diritto nella storia del cinema. Per poi sottoporre il nostro coraggio a una dura prova e ci travolge e sconvolge, mostrandoci l’incontro ravvicinato del protagonista Hugh Glass (Leonardo di Caprio) con una mamma orsa che, avendo annusato una minaccia sull’incolumità dei suoi cuccioli, agisce d’istinto e lo aggredisce con ferocia inaudita. Glass è la guida del gruppo e padre di Hawk, il figlio adolescente avuto da una donna Pawnee. L’istinto di sopravvivenza dell’orsa diventa l’istinto di Glass che esce vivo dallo scontro ma non riesce a salvare il figlio dalla malvagità umana che si accanisce sul suo destino. La vendetta diventa quindi il miraggio verso il quale si leva lo sguardo, ma che non serve alla rotta del lunghissimo e dolorosissimo viaggio del protagonista.
Così, se Priamo, re dei Troiani, attraversa come un Dio l’accampamento dei nemici Achei ormai immune al dolore e alla paura della morte per giungere al cospetto di Achille, Hugh Glass attraversa un mondo in cui la natura non fa sconti e che lo schianta ripetutamente contro una realtà inesorabile, insostenibile, ma che non riesce comunque mai a superare in dolore lo strappo dell’anima. Neve, fuoco, sangue, gelo, boschi incontaminati, il fiume e le sue rapide, branchi di bisonti, cime impervie, slavine, disegnano gli spazi sconfinati dentro i quali le parole si perdono e ci riportano alle fondamenta, alle radici, all’essenza della natura umana che in quell’amore paterno ha le sue origini. Se la narrazione comunica direttamente ai visceri, lo sguardo si perde con una totale immersione in una natura spaventosamente bella, resa iperrealista da una fotografia pura che usa solo luce naturale e che accompagna le maestose riprese in campo lungo cui fa eco la struggente colonna sonora firmata da Ryuichi Sakamoto che, come sempre, arriva alla sfera della commozione.
Per questo film Alejandro Gonzàlez Inàrritu firma una regia così altamente sofisticata da raggiungere la perfezione dell’essenzialità e ci inchioda davanti alla verità senza lasciare alcuna via di scampo. Revenant non è un grandissimo film, ma una grandissima, violenta, dolorosa emozione che alla fine segna il passo di quella via crucis che non risparmia nessuno e ci rimette nelle mani di Dio.
