di Caterina Fochi

Con la telecamera attaccata a quel che resta di un’anima, l’inquadratura non è completa, ma quel che si riesce a vedere non fa male, uccide. Laszlo Nemes, con Il Figlio di Saul, racconta la Shoah come mai nessuno prima, con quel coraggio e con quella radicalità di chi non può dimenticare. Il regista, classe 1977, ungherese di nascita, ha avuto infatti parte della famiglia assassinata ad Auschwitz e questo legame biografico è la leva che lo spinge non solo a dare massima aderenza storica ai fatti, ma a manifestare tutto quel dolore per il quale non ci sarà mai nessun rimedio.

 

La scelta quindi di girare quasi tutto il film con la ripresa soggettiva usando un formato 4:3 non è solo un accorgimento formale e prospettico, ma diventa soprattutto un dispositivo ideologico, che annienta ogni mediazione e ci fa entrare spietatamente nell’inferno. Siamo nell’ottobre 1944 nel campo di Auschwitz Birkenau. Saul Auslander (Geza Rohring), ebreo ungherese, fa parte di un Sonderkommando che assiste le S.S. nel lavoro sporco della bassa manovalanza: fa spogliare gli altri ebrei, li accompagna nelle camere a gas, estrae i cadaveri, li inforna e alla fine pulisce. Mentre la macchina da presa segue con inquadrature ravvicinate, parziali, micidiali, il perfetto funzionamento dello sterminio e lo smaltimento dei pezzi, Saul ci trascina in un’impresa folle e impossibile, ravvisando tra le masse di carne umana il cadavere di un ragazzino che da quel momento in poi diventa l’ancora a cui si aggrappa la sua esistenza per la quale una sepoltura diventa l’unica forma di vita.

A questo punto poco importa sapere se quel ragazzo sia davvero suo figlio o no perché, immersi in quell’universo di morte, la ragione non ha più riferimenti e nessun motivo di esistere. Vincitore del Grand Prix a Cannes 2015, del Golden Globe e speriamo dell’Oscar al miglior film straniero, Il figlio di Saul osa entrare dove nessuno era mai stato prima senza nessuna mitizzazione filmografica. Tra il caldo dei forni, lo scricchiolio del fuoco, l’odore di carne bruciata, ossa, sangue, sudari, urla e dolore, il fumo e la cenere che aumentano in modo esponenziale, ci riempiono gli occhi e, lo sguardo di Saul, che si apre al vuoto dell’anima, spinge il nostro verso il termine della notte.

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