di Caterina Fochi

Una cosa è certa: Roma ormai non può che sperare in un supereroe! E se è vero che il cinema è lo specchio che riflette lo spirito sociale del tempo che lo produce, per il cinema italiano, a questo punto, ci vuole molto di più di un supereroe! Se poi il superman in questione è rabberciato in casa alla bene e meglio, allora davvero la speranza di salvezza è un’illusione lontana. Con il film Lo chiamavano Jeeg Robot l’esordiente Gabriele Mainetti ci prova con un’idea carina anche se non del tutto originale, ma che strascicata per quasi due ore non riesce a giustificare una sceneggiatura.

 

Il mezzo balordo Enzo Ceccotti, antieroe senza spiegazione, misantropo e affetto da una psicosi maniaco compulsiva per lo yogurt e i dvd porno, scopre, dopo un tuffo altamente radioattivo nel Tevere, di avere dei superpoteri che, grazie all’amore per una psicopatica sulla quale, a parte l’utero in affitto, gravano tutte le problematiche sociali e esistenziali di incombente attualità, daranno una svolta significativa alla sua misera carriera di criminale. Girato all’ombra dei palazzacci di Tor Bella Monaca tra spacciatori, trafficanti e delinquenti di ogni sorta, questo film ambisce ad essere un cinecomics di casa nostra che però non riesce mai ad andare oltre la favoletta con pretese pulp che, nonostante i colori accesi e lo stile pop, non è altro che un grottesco, inutile e sguaiato sciorinamento di situazioni violente e gratuite prive di qualsiasi poetica in cui, mescolando e rimasticando ciò che si è già visto in tutte le salse, il tentativo di dare delle giustificazioni serie fallisce nella banalità più scontata delle stesse. E se a tutto questo mancava la ciliegina sulla torta, state tranquilli che sul finale arriva anche quella, per rasserenare gli animi e non farci mancare nulla. Tralasciamo qualsiasi ulteriore approfondimento sull’interpretazione dei personaggi principali, che vede il protagonista Claudio Santamaria mantenere con una sola espressione lo stato catatonico dall’inizio alla fine affiancato dalla giovanissima Ilenia Pastorelli, alla quale consigliamo ancora tanti, ma tanti anni di studi e chiudiamo con il bravo Luca Marinelli: già apprezzato in altre occasioni, ci auguriamo riesca ad uscire dal personaggio nel quale si sta ingabbiando con un eccesso di overacting. E se i superpoteri purtroppo non bastano al cinema italiano per produrre film di qualità, il cinema romano dovrebbe iniziare a smettere di credere di averli e ben farebbe a guardarsi attorno per uscire dal provincialismo del proprio dialetto, non solo per dare un po’ di respiro internazionale alla dizione, ma anche e soprattutto per essere capito dai connazionali.

 

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