di Caterina Fochi

Aleksandr Sokurov è uno che non ha paura di metterci la faccia. Così, mentre al museo di Mosul si distruggono le opere d’arte, in Siria si fanno esplodere i templi di Palmira e la vecchia Europa civilizzata inorridisce con pudore, lui, con Francofonia, compone un profondissimo e potente saggio filosofico che va ben oltre il film e il documentario e porta sul grande schermo un ammonimento per metterci in guardia da un presente distruttivo che minaccia di inghiottire il passato e cancellare la nostra identità. Mentre con grande difficoltà dialoga via Skype con il capitano Dirk che, a bordo del suo mercantile carico di preziose opere d’arte, rischia di naufragare in una tempesta di immani dimensioni, ricostruisce con un collage di fotografie e spezzoni di riprese d’epoca il contesto in cui espone la sua tesi sull’imprescindibile legame tra storia e arte.

 

Con una lunga carrellata di ritratti di ogni epoca ci ricorda come la rappresentazione dei volti e degli occhi dei nostri antenati sia una tradizione fondante della cultura occidentale, che attraverso quegli sguardi ritrova le sue origini e non dimentica quel passato che ci appartiene e che, anche nei momenti più bui e devastanti vissuti dall’umanità, ha visto episodi eroici e di grande levatura etica e morale ai quali non dobbiamo solo la nostra stessa esistenza, ma in questo momento storico sono anche una luce di speranza sul futuro. Nel 1940, quando la Francia fu occupata dai nazisti, l’Europa era attraversata da un’ondata di morte e disperazione e mentre il museo di Leningrado, l’Hermitage, rischiava la distruzione e la perdita dei capolavori in esso custoditi, al Louvre di Parigi un illuminato direttore, Jacques Jaujard, incontrava il conte Franz Wolff-Metternich, l’uomo mandato da Berlino per ispezionare il patrimonio artistico del museo parigino e trasferirne una parte in Germania. I due, anche se nemici e profondamente diversi, si incontrano in una dimensione di superiore sensibilità rispetto al loro tempo che li coglie complici nell’amore per l’arte e la bellezza e li spinge a collaborare per impedire il misfatto, ricoverando i tesori inestimabili del Louvre nei castelli francesi. In questa impresa estrema vengono supportati dalle voci che arrivano dal passato, che come fantasmi abitano il museo, dove ritroviamo un Napoleone che fiero ripercorre le sue imprese e una instancabile Marianne che, entrando e uscendo dalla storia, ci ricorda che Liberté, Fraternité, Egalité sono ancora i valori fondanti della civiltà europea, indispensabili per preservarci dalla perdita di identità. Se il tentativo di cancellazione e azzeramento bussa alle porte dell’Europa, l’unica risposta possibile viene allora dalla nostra storia che nell’arte si preserva. Così, ad una Parigi ferita e disorientata, Aleksandr Sokurov suggerisce di ritrovare il proprio cuore pulsante nel suo bene più prezioso: il Louvre. E a tutti ricorda che se uno Stato non può esistere senza un museo, noi, senza l’Europa, non saremmo ciò che siamo oggi.

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