di Caterina Fochi

L’Hermine (l’ermellino che adorna la toga rossa dei magistrati) è il titolo originale del film di Christian Vincent che alla 72° Mostra Internazionale d’arte cinematografica di Venezia ha vinto il premio per la migliore sceneggiatura, oltre che la Coppa Volpi per la migliore interpretazione maschile andata al protagonista del film, Fabrice Lucchini. Nelle sale italiane invece esce in questi giorni con il titolo La Corte, termine polisemantico che si rivela particolarmente appropriato. Infatti, se da una parte abbiamo la vicenda che vede impegnato il presidente della corte d’assise Michel Racine (Fabrice Lucchini), noto anche come il giudice a due cifre per la severità delle sue condanne - mai sotto i dieci anni -, molto temuto e criticato da tutti e in particolare dai colleghi, dall’altra vediamo lo stesso integerrimo giudice impacciato, ma determinato, nel fare la corte alla bella Ditte Lorensen-Coteret (Sidse Babette Knudsen), cosa che lo porterà ad aprirsi e mostrare la propria umanità svelando i segreti del suo cuore e a sedurre non solo lei, ma anche e soprattutto gli spettatori.
Così, con un calibrato e impeccabile meccanismo narrativo, il regista gioca sulla contrapposizione degli opposti che, senza mai perdere il baricentro, cercano, e alla fine trovano, una sintesi. La corte del tribunale di Saint-Omer, cittadina del nord della Francia, presieduta da Racine, si appresta a giudicare un crimine orrendo che vede imputato un giovane padre accusato di aver ucciso a calci la propria bambina di sette mesi che, nonostante una confessione estorta durante gli interrogatori, al processo si dichiara innocente e si appella alla facoltà di non rispondere. Il caso si presenta molto meno chiaro di quel che poteva sembrare all’inizio e per il severo e austero giudice le cose si complicano quando scopre che tra i giurati è presente la dottoressa Ditte Lorensen-Coteret, che anni prima lo aveva assistito dopo un grave incidente e di cui si era innamorato senza speranze. In questo quadro complesso Racine si vede costretto a cercare un equilibrio nuovo tra le esigenze della professione e il sentimento che inaspettatamente è tornato a turbarlo. Così, nel teatro dell’aula del tribunale, va in scena lo spettacolo della vita reale nel quale il nostro giudice dimostrerà come la giustizia debba ponderare ed essere ponderata e, come egli stesso ricorda alla giuria in un momento di difficoltà, giustizia e giustizialismo non siano la stessa cosa: alla prima non spetta il compito di stabilire la verità, ma quello di riaffermare i principi della legge valutando con pesi e contrappesi tutti quei dettagli e quelle sfumature che possono cambiare la sorte di un processo e di un imputato o l’impressione che si ha su un individuo la cui vera personalità è spesso resa inaccessibile da giudizi e pregiudizi come quelli che precedono la fama del nostro magistrato. Con forza e sapienza Racine non tradisce il suo ruolo e con coraggio tramuta un presunto colpevole in un presunto innocente e, smantellando ogni iniziale preconcetto basato sull’apparenza, riscopre se stesso e la propria vita, anche e soprattutto grazie all’amore ritrovato. La Corte è un film che con intelligenza cambia continuamente tono e colore alternando con agilità la commedia acuta e raffinata al film di genere processuale e costruisce, senza forzature, una pellicola elegante che seduce per la sua sensibilità e profondità, ma soprattutto riafferma il principio per cui in un processo giudiziario, come nella vita, il punto di vista sulla realtà non sempre corrisponde alla verità.
