di Elisa Ceccarelli

Periferia parigina, una banlieu dimenticata: grigia, monotona, ripetitiva, alienante. Palazzone rettangolare perfettamente integrato all'ambiente. La spersonalizzazione del luogo sembra corrispondere a quella degli individui che lo abitano e dove si svolge questa storia, Il condominio dei cuori infranti, scritta da Samuel Benchetrit e affidata a Michael Pitt, Isabelle Huppert, Valeria Bruni Tedeschi, Gustave Kervern. Volti tristi. Gesti ripetitivi. Vite già morte, qualunque sia l'età e la professione che svolgono gli abitanti di questo microcosmo.

 

Dall'adolescente solitario, all'attrice senza ruolo, all'astronauta piovuto dal cielo in questo posto-non posto, luogo-non luogo, eppure simbolo del nostro spazio vitale. Il regista non esamina la classe borghese, quella più abbiente, ma si insinua nelle vite della gente semplice, nei loro appartamenti umili, sottendendo anche una visione (e perché no, un’analisi) sociale e politica. Tuttavia il film è qualcosa di più. L'umanità descritta con amore e ironia non è tipica di un particolare ceto sociale, ma diventa universale. Consapevoli che tutti, ricchi, poveri, uomini, donne, giovani, vecchi si viva in maniera piena solo se l'altro, un altro, pone lo sguardo su di noi. Ci guarda, e, in qualche modo, ci fa esistere: ci anima, ci ama. "Il condominio dei cuori infranti" è un piccolo gioiello. Un'analisi quasi verista della condizione umana, prima che individuale, di inevitabile solitudine, comunque confutata da piccoli gesti che permettono di trasformarla e riempirla. Siamo soli in questo mondo. E' vero. Ma basta poco per non esserlo più

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