di Elisa Ceccarelli

Thomas Vintenberg (Festen, Il sospetto), firma con La comune un film atipico, originale e rivoluzionariamente reazionario. Ambientato nella Copenaghen degli anni 70, il regista danese (che ha trascorso la sua infanzia e adolescenza proprio in una Comune), ci trasporta in un universo sociale ed emotivo distante e straordinariamente vicino. Un gruppo di amici decide di vivere insieme in una grande casa, dividendo spese ed emozioni. Lo scopo è quello di aiutarsi, condividere e dividere (i costi). Soprattutto attuare un concetto di famiglia che in quegli anni usciva dagli schemi consueti, ma che (con il tempo) è inesorabilmente decaduto. Tutti sembrano vivere felicemente (adulti, ragazzi e bambini), fino a che una coppia (regolarmente sposata con una figlia adolescente) entra in crisi sentimentale.

 

Sarà la moglie stessa a chiedere al suo compagno di coinvolgere all’interno della comunità il suo nuovo amore. Proprio lei, l’ideatrice e la fautrice di questa idea di unione che rende (almeno nelle intenzioni) più forti e felici. Si sforzerà di diventare amica della nuova compagna del marito, di volerle bene, ma non ci riuscirà. Un crollo emotivo la porterà in una nevrosi dolorosa e devastante. Gelosia, invidia, rabbia. Tutti quei sentimenti privati che non si possono (né si vogliono) condividere, esploderanno con una forza e un fragore da lasciare tutti annichiliti. Anna (l’intensa Trine Dyrhom), speaker televisiva di successo, perderà tutto: se stessa, il lavoro, gli affetti. Vintenberg fa riflettere su come, determinate utopie, anche positive e auspicabili (cosa ci può essere di più bello che vivere in un gruppo affiatato sotto lo stesso tetto), diventano irrealizzabili quando subentrano i sentimenti, quando contemplano passioni e rinunce in prima persona. Quando un amore finisce, chi viene lasciato non può che vivere individualmente il proprio dolore; elaborarlo ed eventualmente superarlo. Libertà sessuale? Amore libero? Accettazione di un altro? Utopie? Sogni? Emerge sempre e comunque la fragilità umana, il disperato bisogno dell’altro, di un solo altro, soprattutto nella cultua letteralmente presa in ostaggio dai ricatti cattolici. Unico e insostituibile. Ed è così che il sogno di una Comune, per quanto auspicabile e teoricamente apprezzabile, è destinato a naufragare, travolto dalla necessità di appagare i propri bisogni emotivi individuali. E il primo è senz’altro il bisogno di amare ed essere amati. Forse, solo all’interno del microcosmo della coppia, si può sperare di dar vita ad un progetto socialmente libero e privo di chiusure borghesi. Ma la sicurezza nei sentimenti rimane un elemento dal quale l’essere umano, fragile e insicuro, non può e non vuol prescindere: incombono i contratti, non solo quelli umani, che sono i peggiori. 

 

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