di Caterina Fochi
Venticinque anni possono trasformare il mondo, ma ci sono cose che neanche il tempo può cambiare. Jia Zhangke, 46 anni tra pochi giorni, è forse il più bravo e conosciuto dei giovani protagonisti del cinema cinese (Leone d’oro nel 2006 per il film Still Life) e con questo nuovo film, Al di là delle montagne, ci porta nella sua città natale Fenyang, nel nord della Cina, dove prende le distanze da quel mondo rurale troppo spesso idealizzato, ma anche da quello alienato delle megalopoli come Pechino e Shanghai. E’ una Cina più reale dove la modernizzazione si scontra con un’organizzazione sociale che fatica ad adeguarsi ai cambiamenti.
Siamo nel 1999, in attesa del capodanno che segnerà l’ingresso nel nuovo millennio. Tao (Zhao Tao) è una ragazza poco più che ventenne corteggiata da due coetanei: Liangzi (Liang Jing-dong) impiegato nella locale miniera di carbone e l’ambizioso Jinsheng (Zhang Yi) che arricchitosi con una pompa di benzina mira ad acquistare la miniera e molto altro. Anche se poco convinta, alla fine la giovane si lascia convincere dal secondo, forse anche attratta da un futuro economicamente più sicuro. Quindici anni più tardi, nel 2014, Linagzi, che ha continuato a fare il minatore, si è rovinato la salute e anche il matrimonio tra Tao e Jinsheng è fallito. Il figlio, nato dalla copia e chiamato Dollar per volontà del padre, viene affidato a quest’ultimo, la cui insaziabile brama di soldi e potere lo ha spinto a trasferirsi a Shanghai. Tao rivede il figlio ormai di sette anni solo in occasione del funerale del nonno, quando ormai la distanza tra i due non lascia più spazio alla reciproca conoscenza. Per quanto ancora in tenera età, Dollar, come la Cina convertita al capitalismo, non si riconosce in quella Cina ancorata alle sue più antiche tradizioni che nella madre si riflettono. Il contrasto si accentua nella terza parte ambientata nel 2025: Dollar (Dong Zijiang) e il padre si sono trasferiti in Australia; il ragazzo parla solo inglese e per comunicare con il padre ha bisogno di chiedere aiuto alla propria insegnante di cinese, la cui dolcezza risveglia di desiderio di una madre di cui non ricorda nemmeno il nome. Il recupero della presa di coscienza del valore delle proprie radici, grazie alla materna professoressa, rappresenta per il giovane cinese il recupero dell’emotività e dell’affettività di quel legame originale che attraverso lo spazio e il tempo resta sempre e comunque imprescindibile e indissolubile. Una storia divisa in tre parti, messe in scena con tre formati differenti (4:3 nel 1999, classico nel 2014, scope nel 2025), utilizzati con un'efficace inversione di senso: più si allarga l’inquadratura, più si riduce lo spazio dedicato al paesaggio per portare in primo piano i personaggi. Un’espediente che consente al regista di sondare gli animi dei protagonisti, scavare nelle loro fragilità e toccarne i sentimenti per raccontare, allo stesso tempo, quella mutazione antropologica ancora in atto e forse ancora non capita soprattutto nel suo Paese e nei suoi concittadini.
