La sua (s)correttezza politica non fa una piega. Così come l’estro scenografico e la romantica devozione alla sua Livorno (dal cammèo musicale di Bobo Rondelli, alla maglia amaranto 99 di Lucarelli). Le due protagoniste de La pazza gioia, Valeria Bruni Tedeschi e Micaela Ramazzotti, sono indovinatissime: prima di tutto perché bravissime, ma in questo caso poi guidate in una vincente rilettura dei loro rispettivi back ground: la prima riesce meravigliosamente ad essere se stessa; la seconda pure.

 

Il contorno è un affresco di terra toscana, con il cotto, la ridente campagna granducale, Montecatini, Viareggio, il centro commerciale I Gigli, sullo sfondo di una struttura psichiatrica che ospita, oltre alla psicopatica compulsiva che vaneggia amicizie altolocate e un matrimonio da sogno sfumato per chissà cosa e alla bellissima ex cubista – caduta in depressione e disgrazia - di un noto locale della Versilia, anche altre donne. Paolo Virzì conosce perfettamente il cinema e lo usa meravigliosamente. Soprattutto per ridare ossigeno ad una società, quella che sta fuori dalla struttura psichiatrica; quella sì che avrebbe bisogno di parecchi controlli, oltre che di una sana dittatura. Ma nella merda che avvolge ormai il nostro paese sempre più piccolo, ci sono angoli di (pazza) gioia che sembrano poterlo riscattare: il personale della casa di cura, ad esempio, o la famiglia adottiva del piccolo Elia. Il resto, prima, durante e dopo, trasuda buonismo, presentato su un vassoio preparato da uno chef che conosce perfettamente la cucina e soprattutto i gusti e i desideri dei suoi invitati al banchetto in sala di proiezione. Si sorride quanto basta e, se non si è proprio degli impavidi, ci si deve anche asciugare qualche lacrima. Anche i personaggi più irritanti e meno giustificabili (Marco Messeri) finiscono per essere a loro modo suggestivi, delicati, teneri. E’ il pugno del ko che non arriva, quello che ti lascia senza fiato, che ti manda a letto con un senso di vuoto da riempire, che scopre una falla da riparare senza sapere come. E anche quando il boxeur è a terra tramortito e sembra essere sul punto di arrendersi, l’arbitro conta fino a dieci con molta lentezza, che consente così al pugile la possibilità di rialzarsi e trascinarsi fino al gong in piedi, per farsi rifocillare dallo staff dell’angolo, rinvigorirsi e farsi convincere di potercela ancora fare. Ormai è tardi, invece e il cinema ha il dovere di incitare, non quello di narcotizzare. Per uno bravo come Paolo Virzì è arrivato il momento di abbandonare definitivamente la pantomima e imporgli, da contratto stipulato con gli spettatori disillusi, non certo la folla o le case di produzione, il vomito della verità, invece che ostinarsi a farci sperare ancora. A suon di lexotan.

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