di Virginia Longo
BOLOGNA. Difficilmente si riesce a recuperare la dignità e la reputazione di un film che è stato bollato per sempre come il più disastroso flop della storia del cinema. Quando si parla di box office bomb i produttori e i registi fanno tutti gli scongiuri possibili perché il film che li terrorizza più di tutti è Heaven’s Gate, I cancelli del cielo, di Michael Cimino. Ideato come un kolossal che doveva durare più di sei ore, Cimino è riuscito a tagliarlo e a restituircelo in una versione ridotta di soli 213 minuti. Questa versione però non vedrà mai il buio delle sale cinematografiche, in quanto la United Artists, che ha speso più di 44 milioni di dollari per produrlo, ha obbligato il regista della New Hollywood a tagliarlo ulteriormente e a trasformarlo in una versione più fruibile per il grande pubblico. Ecco spiegato il motivo del suo insuccesso; Michael ha voluto fare il passo più lungo della gamba e ha fatto uno scivolone clamoroso. Conseguenze: solo tre milioni di incasso, il tracollo economico della United Artists e la fine dell’epoca hippy del cinema americano.

Da quel momento in poi le case produttrici non hanno più voluto spendere più di una certa somma per i film più indipendenti e questo ha tarpato le ali a tutti i registi della New Hollywood desiderosi di avere pieno controllo nell’espressione e produzione della propria opera artistica. Solo oggi, a distanza di più di 35 anni, il film è stato rivalutato e ci riappare, grazie ai lavori di restauro precisi della Cineteca Lumière di Bologna, in tutto il suo splendore nella sua versione di 213 minuti in lingua originale. Finalmente i critici ora lo valutano nella sua bellezza più intrinseca, a partire dalla sceneggiatura, passando per il fascino acerbo di Isabelle Huppert e per le suggestive vallate del Midwest. Ma che è successo allora? Nel 1980 il regista italo americano era reduce dal grande successo di The deer hunter, Il Cacciatore, suo secondo film col quale si aggiudicò l’Oscar come migliore regia e miglior film, i riconoscimenti più prestigiosi dell’Academy, oltre a nove candidature e incassi stellari. Il tema della guerra, dell’oppressione americana verso gli emarginati, i più deboli, i presunti anarchici cattivi rimarrà una costante nella filmografia di Michael Cimino, scomparso proprio pochi mesi fa. Le voci che correvano su di lui erano molteplici. Pare che fosse razzista, xenofobo, despota e insopportabile. Ma tant’è che non lo sapremo mai; se n’è andato allo scoccare dei 77 anni, dopo aver ricevuto la Palma d’Oro a Cannes per la carriera e con un velo di mistero e di mestizia sull’ingiusta critica che spesso e volentieri i suoi film post Heaven’s gate hanno incontrato. Durante la lavorazione dei Cancelli del cielo, si avevano grandi aspettative sul piccolo genio Cimino, che a meno di quarant’anni si era aggiudicato tanti Oscar e onori. Certo, le tematiche che affrontava non erano mai facili: lui era sempre brutale nel denunciare gli americani in Vietnam. In Heaven’s gate ha voluto denunciare qualcosa che mai come oggi è attuale: la superbia e l’intolleranza umana verso il diverso. Stavolta non sono i vietnamiti, né tanto meno gli indiani, a essere le vittime sacrificali, bensì gli europei immigrati. Sono presi di mira dall’Associazione dei buoni, la classe più agiata americana, i bianchi ricchi e colti che lottano contro la massa sporca e brutta degli europei. Alla fine dell’Ottocento erano tantissimi gli europei fra tedeschi, francesi, polacchi, russi, che emigravano dalla povera Europa e cercavano di comprarsi con tanti sacrifici un appezzamento di terra nel Wyoming e nelle altre terre del Midwest americano. Durante l’esodo però si ritrovavano spesso spogliati, insultati e massacrati dal popolo autoctono. Per sfamare la propria famiglia erano costretti a derubare qualche capo di bestiame dal ranch vicino, dal ranch del più ricco. La risposta americana è una sola: riunirsi e stilare una lista nera di ben 125 presunti ladri e anarchici europei da fucilare ed eliminare il prima possibile, col benestare del Presidente degli Stati Uniti e di tutti gli apparati istituzionali. Questo avveniva alla fine dell’Ottocento e da allora non molto è cambiato. Il ruolo dello sceriffo buono che vuole cambiare lo stato delle cose è affidato allo sguardo fiero e ceruleo di Kris Kristofferson, che insieme ai suoi amici interpretati da Jeff Bridges e Walken, cerca di difendere dalla mattanza generale i poveri europei immigrati. E pensare che nel 1870 James Averill – nel corpo di Kristofferson - si era laureato ad Harvard, lui e i suoi compagni dovevano essere la punta di diamante di un paese che sarebbe stato il faro della democrazia, della libertà e della cultura. Dopo vent’anni invece si ritrova a fuggire da una moglie noiosa e a scontrarsi con i suoi vecchi compagni di università, tutti solidali nel compilare quella tremenda lista nera. Come in ogni western non manca la bella e indomita al centro di un triangolo amoroso tra James e Nate Champion/Cristopher Walken. Isabelle Huppert è giovanissima e insospettabilmente lontana dal divenire la musa di Claude Chabrol e la pianista di Michael Haneke, stretta nella sua magrezza e nei suoi severi abiti da professoressa di pianoforte. In Heaven’s Gate Isabelle è rubiconda, dalle forme quasi burrose, un’entusiasta e gioviale maitresse che dirige gli affari di un bordello. Risponde al nome di Ella Watson, ahimè anch’essa presente nella famigerata death list. La Huppert è un’attrice formidabile, non si tira indietro neanche davanti a una terribile scena di stupro di gruppo, subito salvata dalle poderose braccia del suo amato James. Sognava il matrimonio con Nate, anche se il suo cuore apparteneva all’altro, all’amante più anziano ma più coraggioso. I cancelli del cielo è un’epopea western, che strizza l’occhio in alcuni momenti a Sergio Leone e al suo grande C’era una volta il West – si legge a un certo punto Sweetwater tra le località del Wyoming -. Le sue tre ore e mezzo scorrono via facili, tra emozioni, sussulti, qualche risata affidata all’ironia tagliente di Kristofferson, attore troppo spesso sottovalutato e alla bellezza sconvolgente di Cristopher Walken, mai più stato così bello come in questo film, persino nella scena in cui la cinepresa lo immortala freddo, tramortito dalla pioggia di proiettili ma con due occhi blu profondissimi e liquidi. Si ritaglia un piccolo ruolo nel film perfino colui che sarebbe diventato il sex symbol degli anni Ottanta, Mickey Rourke, qui al suo esordio ufficiale. Ringraziamo tutti appassionatamente la Cineteca Lumière di Bologna per il restauro. Un film da rivedere, rivalutare e rivivere assolutamente, temi attuali, attori in stato di grazia e quel pizzico di una Hollywood che forse non rivedremo mai più. Un film che è anche un testamento. Altro che flop!
