di Raffaele Ferro

PISTOIA. Soggettiva sulle mani di un pasticcere mentre sparge zucchero a velo su delle paste calde. I protagonisti lo osservano in primo piano sull'uscio mentre dice, fumando una sigaretta, tutto è 'na chiavica. La chiavica, a Napoli, è molto più di una fogna. La regia di Enrico Iannaccone - e anche la scrittura del testo - ci ricordano che il ruolo dell'Arte e del Cinema come settima arte, è quello di sorprendere, scuotere, atterrire o ribaltare i pronostici. Tirare fuori da una chiavica la poesia, tirare fuori da un ambiente alto borghese la critica alla società, entrambe operazioni stilistiche già viste. Come anche il tabù superato della critica cinematografica. Il film, La buona uscita, introduce con calma lo spettatore in una Napoli non stereotipata o almeno, come dice il regista stesso presente in sala alla fine della proiezione, non quella Napoli che ha per teminal opposti il linguaggio filmico di Un Posto al sole e quello di Gomorra. Si parla di gente con i soldi, sì; di gente normale nata e cresciuta dove normale e soldi sono veleno e tesoro, sono parole inutili e senza senso, se tolte da quella mentalità partenopea che da una parte piange e dall'altra fotte. Proprio come i gatti, si dice a Napoli.

 

O che urla a San Gennaro Faccia brutta! faccia ggialla! quando il santo fa attendere il prodigio e il sangue resta aggrumato. Un semplice racconto di una vicenda finanziaria. Il fallimento di una grande azienda, intestata ad hoc ad un salumiere da uno dei proprietari prima della fuga nei Caraibi. Una donna non più giovane, assetata di sesso, ma che inizia a rendersi conto di cosa realmente il sesso sia: il Potere. Il potere sull'Altro. Con la vecchiaia, scema il sesso e scema anche il potere. La sintesi del bellissimo monologo della ninfomane d'alto bordo, nella vasca assieme al ricco furbacchione pupazzetto, come lo chiama lei, non è dunque altro che il facile ribaltamento della libido intesa come vita sessuale e quella intesa come energia vitale. Sarà proprio il suo maldestro tentativo di denuncia del responsabile fuggito a Trinidad (grottesco forse, ma tenero) al Commissario (corrotto) di Polizia, a dimostrare lo spostamento del suo sfogo libidico dal sesso, ai soldi, alla giustizia, all'etica (dice lei). I lunghi dialoghi non ci stancano, ma rimandano forse a Jasmina Reza o Tarantino. Fotografia e regia sembrano accompagnate dalla brezza di Napoli, dal suo mare, l'odore di datteri di mare. Una delizia che diafana è fuoriuscita come ectoplasma dal grande schermo del cinema d’essai Roma di Pistoia, dove la pellicola è stata proiettata ieri, 12 ottobre, all’interno della rassegna Presente Italiano, il cinema che non ti aspetti, seconda edizione di un cult ideato dall’indigeno Michele Galardini. Il protagonista è un furfante con i guanti. Ottimista perché, come dice al fratello, ragazzotto annoiato dai soldi, ma avido di carriera: a loro ricchi non è concesso il pessimismo. Il film invece regala un ottimismo che è il succo, il precipitato, o il percolato (vivaddio) di quella ripulitura a cui è stata sottoposta Napoli. Una ripulitura di facciata, una sistemata di stile, in tempi di Oscar e Grandi bellezze. L'Italia in vendita, teatro di posa per grandi marche. Questo film se ne fotte delle marche e mostra Edenlandia, vecchio e famoso parco giochi, com'è oggi, marcio e cadente. Ci dice il regista che le inquadrature hanno lambito, tagliandolo fuori volontariamente, il Vesuvio. Il regista si sta sacrificando: spiega il suo linguaggio partendo da cosa ha scartato. Napoli non è quella degli stereotipi (lo diceva spesso Troisi), semmai si parla di stereotipi architettonici, strade, luoghi. E accanto a questo gioca la carta del linguaggio teatrale - dichiara il regista -, dello stereotipo teatrale (ci riconosce) utilizzando gli attori come maschere, marionette, per sussurrare forse, frocoleaténne, termine che Eduardo usa in Mia Famiglia per dire lascia che il mondo caschi attorno a te senza avere il minimo sbalzo o accenno di ansia, di preoccupazione. Il film (s)vela e (ri)vela costantemente questa definizione. A Napoli tutto è 'na chiavica, tutto crolla, tutto appassisce: il desiderio, il piacere, la dignità, l'etica e anche l'estetica. Tutto avviene senza apparente disagio, senza chiassate e smargiassate. All'opposto quindi del suo stereotipo. Un film drammatico si potrebbe dire, ma anche commedia oppure, con ossimoro pasoliniano, aulentemente-fetente.

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