di Alagia Scardigli

Quando abbiamo letto il cast composto da Herbert Ballerina (nome d’arte di Luigi Luciano), Maccio Capatonda (il cui vero nome è Marcello Macchia) e Ivo Avido (pseudonimo di Enrico Venti) sapevamo che saremmo andati a colpo sicuro. Quando, poi, l’occhio si è soffermato sulla regia – Enrico Lando, il creatore del format televisivo e cinematografico de I soliti idioti - abbiamo avuto molti dubbi. Temevamo che il trio dello Zoo di 105 fosse caduto nella voragine, dove era già cascato Ruffini, delle battute volgari e infantili pur di fare un po' di soldi. Invece, concluso il film, possiamo dire che Herbert & Co. sono riusciti, come al loro solito, a risultare trasversali, nel senso che il loro è un umorismo che piace a tutti: chi è più colto e informato può cogliere, dietro le battute, significati profondi e critiche acute a certi sistemi (dalla moda alla comunicazione di massa passando per i pregiudizi e i luoghi comuni propri dell’italiano medio, che, guarda caso, è anche il titolo dell’ultimo film di Maccio Capatonda).

Ma anche chi è più limitato intellettualmente e culturalmente, comunque, ride, e di gran gusto, ai veri e propri tormentoni di certe battute, ormai leggendarie, del trio che sin dai tempi di Mai dire… propone sketches esilaranti e che, sfruttando l’enorme risorsa di Youtube, ha poi iniziato a proporre quei finti trailer di film mai realizzati anche sulla rete; adeguandosi, dopo, al format più in voga, cioè la serie tv (ed è così che nasce Mario, dove Maccio Capatonda si finge un giornalista), per finire, nel 2014, sul grande schermo con un film – Italiano medio – dove troviamo, anche, riassunti vari personaggi e situazioni noti al pubblico affezionatissimo, con l’obiettivo principale di ridere – con consapevolezza, per chi ci riesce – sui difetti e sulle caratteristiche del prototipo dell’italiano di mezza età, di sesso maschile, che svolge un lavoro normale e, di conseguenza, che conduce uno stile di vita nella norma. Quel film è stata la dimostrazione che l’umorismo macciano regge anche sui lungometraggi (anche se preferiamo i corti); ma, soprattutto, quel film, atto a criticare la categoria dell’italiano medio, ha dimostrato di piacere a tutti, anche all’italiano medio stesso, che viene tutto il tempo preso in giro e beffeggiato. Il target ha coinciso con l’oggetto preso di mira, nonostante la pellicola potesse essere gradita anche da coloro che, con ironico distacco, capiscono il senso del film, in quanto non facenti parte del gregge. In Quel bravo ragazzo, dove non è Maccio il regista, sicuramente mancava questa componente satirica/critica: il contesto della mafia non serviva tanto come accusa contro la criminalità organizzata, ma, più che altro, per ricreare una situazione ben nota agli italiani e anche al cinema della nostra nazione e lo scherzare sui mafiosi serviva sia per rendere il film politically correct, sia perché c’era bisogno di un capro espiatorio comune e conosciuto in tutta la penisola (e anche al di fuori di essa), per poter ridere di loro (le caricature dei boss) senza doversi sentire in colpa ma, allo stesso tempo, senza far risultare il tutto pesante, dato che non si trattava della vita di Borsellino, Falcone o Impastato; ma di un ragazzo ingenuo, naif, quasi ritardato – Leone, interpretato da Herbert Ballerina – che si ritrova, improvvisamente e contro il suo volere, a prendere il testimone di suo padre, in fin di vita, che è il più importante boss di tutta la Sicilia. E così la mafia vien vista e giudicata dagli occhi di un bambinone, che ha una prospettiva innocente e che cerca di portare la bontà anche tra coloro che chiedono il pizzo, uccidono senza pietà e gestiscono enormi spacci di droga. Tutto questo però fa da cornice al quadro, alla vera essenza del film; ovvero alle battute e alla mimica facciale e fisica di Herbert Ballerina, che non solo non delude, ma che anzi dimostra di riuscire a dominare la scena, lasciando anche sullo sfondo Maccio Capatonda e Ivo Avido, a cui sono destinate piccole parti, forse create apposta solo per poter inserire sulla locandina del film i loro nomi, al fine di attrarre il pubblico di Maccio e non solo quello de I soliti Idioti. La pellicola, quindi, risulta, nel complesso essere molto semplice, in senso positivo perché non ha la pretesa di altri film dove l’ambizione è sproporzionalmente maggiore rispetto al risultato effettivo; in senso negativo perché la trama è povera (a livello qualitativo perché non c’è inventiva e a livello quantitativo perché il film si conclude in breve tempo) e le battute, se funzionano, funzionano grazie all’umorismo – innanzi tutto non verbale – di Herbert Ballerina: il film si basa tutto su di lui. Herbert non è solo il protagonista, ma è anche colui che dà senso al film. Se volete passare una serata tranquilla e ridere del tono di voce, della faccia a pesce lesso e anche di alcune battute molto spiritose, avete trovato il film giusto; ma non sprecate soldi andando al cinema: aspettate che arrivi a noleggio, perché questo umorismo si gusta meglio sui piccoli schermi e in compagnia di amici e di una birra. Ma ancora meglio, aspettate, anzi, aspettiamo, un altro lavoro dove non solo compare Maccio, ma dove, soprattutto, Maccio, è il regista.
