di Elena Tropeano

QUARRATA (PT). Eppure questo periodo di emergenza a me pare che non mi abbia sconvolto come gli altri; sono passata da giornate piene di cose da fare, lavoro, riunioni, famiglia e a fine giornata, esausta, lamentarmi di non averlo mai questo tempo per me, di non dedicarmelo un po' di questo lusso, il tempo, per gioire e per recuperare anche mentalmente, a giornate opposte. Adesso il tempo è arrivato, ne avanza, ma è giunto in malo modo e questo virus malefico sembra anche averlo apparentemente fermato. Dopo aver valutato l'importanza di smettere con i ritmi di prima, già all'inizio di marzo, considerando il lavoro che svolgo e quindi la possibilità di espandere il contagio in modo importante, sono giunte anche le indicazioni dai vertici medici di tenere aperto solo per le urgenze indifferibili: la svolta; ci hanno detto di lavorare meno, quasi niente confrontandolo con il periodo pre-virus. Lo smarrimento iniziale c'è stato perché il fisico e la mente sono abituati a lavorare a cento all'ora e poi ti dicono che devi rallentare parecchio; in più poi devi sbrigare tutte le fasi burocratiche che la fase emergenziale comporta lavorando come libero professionista, che sono spesso svilenti, specie quando fai a botte per natura con numeri e i calcoli matematici: lo prenderò il bonus e l'indennizzo, ce la farò a star chiusa qualche mese e la banca bloccherà almeno il mutuo più importante che ho?

Perché anche questo fa parte della vita di tutti i giorni che ci piaccia o no e occupa una bella fetta del nostro tempo, che ci fa spesso arrabbiare e riconsiderare se la scelta del lavoro sia stata veramente quella giusta. Passata questa fase, che sei a velocità rallentata, lo assimili rapidamente e allora ho iniziato a fare ciò che di solito non faccio quasi mai: ho iniziato, miracolosamente, a pensare con lentezza, a GUSTARMI anche solo questo aspetto, oltre al fatto di procedere a velocità ridotta: già dal mattino posso alzarmi più tardi e, senza fretta, fare colazione, pulire casa, e che pulizia (!), quella pasquale, che ha compreso persiane che non lavavo da anni; poi ho dipinto la ringhiera, lavato sopra gli armadi, raccolto vestiti miei per chi magari ne avrà bisogno. Sto parlando di più con gli amici, gli dedico più tempo, per il semplice gusto di farlo, perché di solito non chatto mai con assiduità e per tanti minuti, non ho tempo e termino velocemente le conversazioni. Non avere tempo per noi stessi, per gli altri, gli amici, ma solo lavoro e famiglia. Un difetto di me che è un po' scemato in questo periodo e che fa bene al cuore. E quindi oltre a riposare il fisico, rimodulo l'approccio verso gli altri, li ascolto per il piacere di farlo e mi soffermo con loro, anche a parlare di argomenti leggeri, stupidi, ma che creano una maggiore vicinanza; insomma una pausa, un break dal mio modo di fare rapido, pieno di incombenze, verso un altro mondo, quello della normalità, che forse non ho mai avuto. E riesco anche a pregare nuovamente, con intensità, come non accadeva da qualche anno. Allora, come fai a dirlo che questo virus, disgraziato, in realtà mi stia dando una chance, uno stop salutare; come fai a comunicarlo quando fuori, non tanto lontano da te, ci sono persone che muoiono, che non vengono curate in tempo o quando è arrivato il momento è già tardi e devono ossigenare forzatamente perché il danno è oramai importante e forse sarà fatale, quando sai di medici e infermieri che lavorano duramente e non hanno i dispositivi basilari per difendersi dal contagio e molti di loro sono morti; come si fa di fronte al dolore della perdita che molte famiglie stanno subendo senza clamore, senza la presenza degli altri che dà conforto, in silenzio e con dubbi leciti se sia andato come doveva  o si poteva fare meglio, di più. Quando poi comprendi che il tuo paese, la bell'Italia, ha affrontato l'emergenza con un bel piano emergenziale sulla carta, ma poi si sta scontrando con tutte le inefficienze a vari livelli che conducono a non avere mascherine, a non avere ossigeno da consegnare anche a domicilio, a non fare abbastanza tamponi, a non avere posti in terapia intensiva sufficienti, a non avere un chiaro sistema di prima accoglienza per chi ha sintomi e vuole esser sicuro di non aver contratto la malattia e a tutti quelli che non arrivavano a fine mese già prima, figuriamoci adesso, che sono a casa senza lavorare. La mia mente ha continuato a registrare tutto, la cattiva e sospetta gestione delle cose e la sofferenza che ne scaturisce; quindi, come si fa a pensare come me che tutto questo un po' di benessere me lo porta, diversamente dai più, giustamente preoccupati oggi e ancor peggio per il domani. Eppure è così. Eppure ce lo ricorderemo, ognuno ricorderà questo periodo, e con la consapevolezza che il virus avrà trasformato ogni persona, contagiata o no. Saremo, spero, migliori in tutto. Lo dobbiamo anche a chi non ci sarà più.

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