A TEATRO, come al cinema. Emma Dante è la stessa, cazzuta, cazzutissima, regista, con quell’energia, inesplosa, ma che disperde schegge ovunque, di racconto degli ultimi, senza alcuna possibilità di riscatto. Come Le sorelle Macaluso, che abbiamo avuto l’onore e la fortuna di vedere a teatro (Manzoni, Pistoia), qualche anno fa e che abbiamo (ri)visto, l’altra sera, al cinema Lux, sempre a Pistoia, in questa magnifica trasposizione culturale dal palcoscenico alla cinepresa. Con lo stesso, identico, meraviglioso effetto: abbiamo pianto, a dirotto, in platea e così abbiamo fatto nella Sala Plutone, in compagnia di una sola altra spettatrice. Arrivata alle 21,25, a pochi minuti dall’inizio della proiezione, altrimenti, a vedere questo capolavoro di neorealismo, passato per coincidenze mondane dal 77esimo salone veneziano, saremmo stati soli, in compagnia della regista, che non conosciamo personalmente, ma che abbracciamo, oltre ogni ragionevole precauzione da contagio, tutte le volte che pensiamo a lei.

Un racconto di Giovanni Verga, ambientato a millecinquecento chilometri più a sud, un pellicola diretta da Pietro Germi, o da Mario Monicelli o Vittorio De Sica, con la scenografia di Pina Bausch, musicata da Ennio Morricone (il mix sceglietelo voi, non ci interessa), che scandisce l’assoluta inerme e inerte povertà delle Sorelle Macaluso, nate senza genitori, senza speranze, senza orizzonti, come se fossero una strip di Schulz, da sole e così cresciute, a Palermo, all’ultimo piano di un anonimo condominio, con l’attico occupato dalle colombe, che per molti anni, con le cinque sorelle in cerca di una strada da percorrere, sono state la loro unica fonte di sostentamento, affittandole, colorandole di rosa, come coreografia volatile ai matrimoni del sud, barocchi, chiassosi. Le ragazze crescono, diventano donne e invecchiano, in quell’appartamento che farebbero meglio a vendere, fino a quando avrà valore di mercato. Invece restano lì, all’ultimo piano, tra sogni di danza, rancori e amanti clandestini, amandosi e odiandosi, dal primo, da dove la pellicola inizia a raccontarsi, all’ultimo giorno, in una ineludibile tregua funeraria, in quella domenica (?) di mare, raggiunto tra percorsi fantastici, dinosauri di cartapesta e corriere cittadine, fino al mare, all’unico stabilimento mondano a ovest di Partanna, dove la più piccola troverà la morte, dedotta, ma rivelata solo all’epilogo, riservato a un altro funerale. È lei, Antonella, il trait d’union che collega le tre generazione, di Katia (la più grande, maritata), Pinuccia, Maria (l’aspirante ballerina, che trova nell’innocente amore dell’amica, la sua fedele spettatrice agli spettacoli che non farà mai) e la scontrosa e burbera Lia, interpretate, nella tre fasi esistenziali in quello stesso identico appartamento di quell’immutata e immutabile città, Palermo, da Alissa Maria Orlando, Laura Giordani, Rosalba Bologna, Susanna Piraino, Serena Barone, Maria Rosaria Alati, Anita Pomario, Donatella Finocchiaro, Ileana Rigano, Eleonora De Luca, Simona Malato e Viola Pusateri, per una scrittura affidata a due finisseurs, Giorgio Vasta ed Elena Stancanelli. La fotografia di Gherardo Gossi e la scenografia di Emita Frigato, aggiungendo dolore, solitudine, disperazione e speranza a una partitura cinematografica degna di essere immediatamente annoverata tra le produzione protette dall’Unesco, fanno il resto.

Pin It