di Olimpia Capitano

LIVORNO. The Lighthouse, film del 2019, di Robert Eggers, con Willem Dafoe e Robert Pattinson, ha chiuso quest’anno il FIPILI Horror festival. Scelta netta e coraggiosa che rimarca la volontà di consolidare uno dei ruoli assunti dalla rassegna, ossia quello di saper proporre pellicole capaci di trattare il tema della paura in maniera niente affatto banale e senz’altro in modo tanto intimo e profondo quanto inquietante, implicando d’altra parte riflessioni tematiche e stilistiche complesse che, purtroppo, non sono state di frequente ben accolte dal mercato cinematografico. Questo è valso per The Lighthouse così come, d’altro canto, per la proiezione di Samp, del duo Rezza e Mastrella. Stupisce, quindi, ma purtroppo non del tutto, la relativamente scarsa distribuzione del film, che resta una visione complessa e delicata. O meglio, più che essere un’opera difficile in sé, difficoltà e lentezza di fruizione derivano dalla forza di un’immersione totalizzante entro un conflitto formalmente racchiuso nei confini di quanto si vede e delle storie che ne emergono, ma di fatto rappresentativo del fragile equilibrio della mente e dell’uomo nel mondo e nelle relazioni, con gli altri e con sé.

Una tensione insostenibile che lascia fiorire le distorsioni dell’immaginario, come germogli di una follia che si ibrida con il quotidiano e si relaziona con una realtà dura, di lavoro e fatica, di solitudine e di impervie. C’è di tutto in quest’opera, pur essendo ridotto tutto al minimo: due soggetti, un’isola, un faro e la natura che si incontrano in un susseguirsi di immagini, di quadri studiati alla perfezione e dalla valenza estetica, simbolica e perturbante che svela un’innegabile maestria di regia. La cura nel riprendere e valorizzare l’estetica dell’epoca ottocentesca in cui si colloca la narrazione è scevra di ogni manierismo: se in Samp l’esagerazione rifiutava la maniera per esprimere il parossismo della mania, anche qui la ricerca capillare del dettaglio è in altro modo funzionale a creare una ragnatela di richiami, di nessi, di sensazioni che conducono il crescendo di un tormento maniacale. Se anche talvolta alcune sequenze di immagini possono apparire in qualche modo sconnesse, si intuisce quella struttura di senso e densità che sottostà a una costruzione essenziale, a volte poco immediata e che richiede (menomale, viene da dire) più visioni per arrivare a scoprire dettagli nuovi e a stupirsi di tutto un leggibile celato. Di fattuale nel film succede poco: Ephraim Wislow (Robert Pattinson) è un giovane e misterioso ragazzo dal passato controverso, che in cerca di denaro si reca per quattro settimane su un’isola a largo del New England come aiutante del guardiano stagionale del faro, Thomas Wake (Willem Dafoe), anziano, irascibile, dalla criptica saggezza esperienziale. Quest’ultimo è l’unico che ha accesso al faro, custodito e narrato come compagno di vita, in un gioco controverso di possesso e alimento del desiderio altrui, che ne farà oggetto simbolico cui aggrappare lo sciogliersi dello scontro per entrambi gli uomini: si intende dunque un conflitto forte con se stessi, polarizzato tra razionalità e irrazionalità, tra pratica e immaginazione; ma pure un’aperta lotta tra i due stessi protagonisti, ossessionati dalla difficile presenza dell’altro, dal sospetto e dalla bramosia non compresa rispetto a un rapporto esclusivo con il faro, con la luce. La convivenza ardua in un tale contesto e tra due simili caratteri, per certi versi antitetici, per altri accomunati da ombre che ne alimentano il conflitto attraverso il non detto e il malcelato, si fa ancora più complicata di fronte alla costrizione prolungata sull’isola, dovuta all’accanirsi delle intemperie. È  necessaria la visione e si può aggiungere quindi poco, se non che in questa cornice andranno a emergere demoni, pulsioni, perversioni e timori ancestrali che, sviscerati, non possono che esserci familiari. Il ritmo crescente dell’ossessione, accompagnato dall’alcol e dallo scontro fisico tra i due riesce così a toccare corde comuni e collettive in modo sconcertante, amplificate dal violento virilismo e da una cornice fisicamente e psicologicamente esasperante. Pur situando tutta la vicenda in un altrove spaziale e temporale che ci appare distante, il regista riesce così a sottolineare il carattere del fragile equilibrio umano e il sottile confine oltre cui la precarietà diviene dissociazione ed esausta follia: Lighthouse ci mostra all’eccesso qualcosa che in ogni spazio e tempo resta comune a noi tutti, una rete di delicati equilibri che possono spezzarsi e portarci ossessivamente a bramare una luce ignota, abbandonati a noi stessi e alle nostre contraddizioni, alla ricerca di un appiglio, ignari dell’oltre. Proprio per questo Lighthouse lascia sgomenti e fa paura.

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