SIAMO nella periferia romana, terra di saccheggi cinematografici, ma non siamo a Tor Bella Monaca, a Corviale, sulla Tiburtina. Siamo da un’altra parte, a Spinaceto, in un quartiere residenziale, con villette a schiera, balconi luminosi, piscine gonfiabili nei giardini, popolato da famiglie scampate e scappate dalla miseria, ma solo quella economica. Sono una comunità di aridi, anaffettivi, scarsamente scolarizzati, con i figli che sembrano usciti da un’idea cartoon di Schulz con la supervisione di Pier Paolo Pasolini. Abbiamo visto Favolacce, su Prime Amazon (al cinema non si può ancora andare; in chiesa, sì, in compenso) terza pellicola dei fratelli Damiano e Fabio D’Innocenzo, e ne siamo usciti con le ossa un po’ malconce. È una strana, calda, caldissima estate metropolitana, resa ancor più anomala dal fatto che i bambini, invece di essere in vacanza, vanno a scuola. È la loro salvezza, in compenso, anche se uno dei loro professori (Lino Musella), accusato di aver, seppur involontariamente, aizzato i suoi alunni alla costruzione di bombe, viene cautelativamente sospeso dalla cattedra.

Non succede nulla, in compenso, non succede nulla mai, un nichilismo irreale, figlio e vittima della totale assenza di interessi, passioni, prospettive, sogni. Il tessuto connettivale che amalgama questo piccolo quartiere umano si sorregge, con grande difficoltà, attorno al desiderio che i figli, chissà per quale motivo, riescano a vendicare il fallimento dei genitori. Lo spunto, è una voce narrante (Max Tortora) che nasce dal ritrovamento nell’immondizia di un diario scritto ma non terminato da una bambina e che racconta di quella strana estate calda a Spinaceto, dove il protagonista, Elio Germano, sposato e padre di due figli, non riesce praticamente a scrollarsi di dosso il torpore e la noia di una vita, la sua e quella matrimoniale, traumaticamente anonime, insofferenti, frustrate, riportate alla realtà dal tragico gesto estremo dei figli, che decidono di uccidersi avvelenandosi, così come suggerito loro dal professore nell’ultimo suo giorno di scuola prima dell’espulsione. È vero, anche Ileana D’Ambra, e il suo giovane compagno, si uccidono e lo fanno gettandosi dal balcone di un B&B dopo aver annegato in piscina la loro piccolissima creatura, ma la morte, in ogni sue più cruenta sfaccettatura, sembra essere l’unica soluzione praticabile in alternativa a un’esistenza mestamente preordinata, dove la felicità la si può acquistare solo a rate e a interessi zero. Una pagina di nudo e crudo neorealismo del terzo millennio, che esalta, nella sua forma più drammatica, la più totale ed elementare incapacità di comunicazione, un quadro di totale solitudine attorno a una cornice che tiene, senza alcuna fatica, al suo interno, il variegato e popoloso magma umano che goffamente ci si dibatte. La pietra tombale che racchiude l’intero muto accorato appello sono gli sguardi, privi di sogni, prima che di futuro, dei bambini, che crescono scimmiottando i genitori attraverso le immagine impresse nei loro telefonini e nell’esaltazione della riproduzione delle loro bravate ai tempi della loro adolescenza. Un mondo del tutto spoglio di valori, animato dalla pittura dei paesaggi felliniani, dal cicaleggio della natura, da un’osservazione lontana e asettica della realtà, quella che potrebbe riservare un colpo di scena che non ci sarà. Un’inesorabile clessidra che scandisce il susseguirsi dei giorni e dalla quale si può provare a scappare chiedendo e ottenendo asilo da un fratello, che sopravvive in un altro quartiere, stavolta di borgata, dove si può trovare un piatto caldo, una risata, una pacca sulla spalla e anche albergo. Almeno per qualche notte.

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