di Elena Bernardini

CHE LE FIABE siano crudeli è un dato scontato. Le raccontiamo (raccontavamo…) ai bambini, magari prima di dormire, ma non viene nemmeno da pensare a ciò che viene narrato, evidentemente. Forse perché il fiabesco (topos magico dove qualsiasi cosa può accadere) aiuta l’iniziazione alla vita adulta edulcorando, con la vittoria dell’eroe, le grane dell’esistenza. Quando poi si parla di fiabe popolari la crudeltà è ancora più pressante. Un gruppo di amici (nel tempo presente, nelle campagne della Tuscia), a fine battuta di caccia, si ritrovano in trattoria e, durante il pasto, iniziano a ricordare una vicenda tramandata oralmente avvenuta nell’800. Non se ne conosce la vera verità, perché, come sottolinea uno dei commensali, una storia di dieci parole viene poi raccontata con quindici, poi cinquanta, poi cento, e alla fine non si distingue più il fatto in sé da quello frutto della fantasia. Si racconta di Luciano (Gabriele Silli), ubriacone e matto (rientra in paese, guarito, dice lui) dopo un soggiorno curativo a Roma. Figlio del medico del luogo, ha come occupazione quella di dare una mano a un pastore, Severino, costretto a far pascolare le sue pecore in terreni poco favorevoli perché il principe della zona (ma forse i suoi scagnozzi, il principe sembra molto poco interessato alla vita comune) gli impedisce di praticare le sue proprietà.

Questo, oltre al fastidio che Luciano prova nei confronti di quasi tutte le persone che lo circondano (peraltro ricambiato, spesso), porta il nostro a essere in aperto conflitto con il signorotto. Inoltre il nostro eroe è innamorato (ricambiato) della figlia di Severino, Etruria (Maria Alexandra Longu), sulla quale, però, ha messo gli occhi anche il principe. Durante i festeggiamenti del santo patrono, Emma viene invitata alla processione dal principe come figurante, ma i due scagnozzi, con un inganno, la trascinano alla porta che Luciano voleva che rimanesse aperta per poter pascolare le pecore, la chiudono dentro e la violentano. Luciano non sa niente dell’accaduto, ma approfitta del clima di festa e per protesta dà fuoco a quel simbolo di diatriba, uccidendo involontariamente la ragazza e i suoi violentatori. Viene quindi mandato in esilio dall’altra parte del mondo, nella Terra del Fuoco, dove insegue la leggenda di un tesoro nascosto dai pirati, fingendosi un prete che aveva trovato agonizzante e che gli ha svelato il luogo dove si trova il tesoro, affidandogli un granchio che gli indicherà la strada per raggiungerlo. Lo fa per tornare e casa, ma sul suo cammino incontra altri predatori disposti a tutto, anche a morire, pur di mettere le mani su quella ricchezza. Il film, diretto da Alessio Rigo de Righi e Matteo Zoppis, presentato quest’anno a Cannes nella Quinzaine des Realisateurs e poi al Torino Film Festival, ha veramente il fascino del fiabesco. A tratti, però, risulta eccessivo nell’indugiare su inquadrature bucoliche (peraltro affascinanti). Ha il ritmo lento delle fiabe, ma proprio per questo, alla fine, se ne resta coinvolti. La storia è narrata su tre piani temporali. Ma mentre quello contemporaneo a noi è ben armonizzato con il racconto della vicenda, gli altri due (l’antefatto ambientato nella Tuscia e la risoluzione nella Terra del Fuoco) sembrano scollati fra di loro. È un film di luce, acqua e terra, magistralmente girato nelle inquadrature dei primi piani, della natura e delle persone, con una luce che a tratti ricorda Caravaggio, in altri (i ritratti statici e dei gruppi) Boldini. Stupisce il fatto che due registi giovani abbiano voluto confrontarsi con una storia antica, ma si capisce anche che, manzonianamente, abbiano voluto confrontarsi con il disagio dell’emarginazione, del sopruso, dell’ingiustizia, attraverso il racconto di vicende lontane da noi nel tempo e oltretutto legate alla tradizione orale delle fiabe. Calvino aveva raccolto, nelle sue Fiabe Italiane, un Principe Granchio che viene salvato dalla principessa. Anche in questo caso Luciano viene in qualche modo salvato da Etruria (fantastica la scena nella quale lei gli svela, sussurrandogli all’orecchio il sogno che ha fatto - con un’inquadratura che simula un passo tango -, come andrà a finire la storia), anche se manca il lieto fine. È proprio questa omissione palese che caratterizza e rende la magia di un racconto che vorresti continuare ad ascoltare e godere con la vista, non solo quella degli occhi.

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