di Sura Bizzarri

MI E’ SEMPRE piaciuto il disegno geografico che veniva a formarsi sul pane quando la sua mano vi versava olio e aceto; ogni volta una cartina diversa di terre che emergevano da mari ghiacciati, o atolli pacifici come piccole protuberanze nei mari del sud. Quelle mani, lentamente, ma inesorabilmente, son diventate inutili, guidate da pensieri cupi che non riflettevano più il progetto comune. La pelle liscia e luminosa si è seccata e consumata, fino a far risaltare le vene gonfie. I gesti circolari son diventati aguzzi e taglienti, la dolcezza si è tramutata in impazienza e quando ho alzato la testa per guardare nei suoi occhi vi ho riconosciuto inequivocabilmente la voglia di scappare. Ogni cosa ha un inizio e una fine. Così, giorno dopo giorno, la sua intera figura è diventata amorfa, impersonale; i confini del suo corpo, prima precisi e netti, son diventati aleatori e fluttuanti e la sua stessa immagine ha cominciato a sbiadire, a impallidire e regredire, a farsi piccola e inconsistente, a non riflettere più tutta la forza e l’entusiasmo e la smania della carne, a non considerare più il mio corpo e tutta la storia e la vita che vi è scorsa e che abbiamo condiviso.

Finché lui è sparito, consumato dal suo non desiderio. La sua immagine ormai sbiadita come un riflesso sul vetro un giorno ha smesso di essere. Dopo la mancanza di quelle mani, ogni sera indugio davanti alla tazza di caffelatte. Una bella tazza rotonda, grossa, come quelle dei vecchi. Provo un piacere estremo quando vi intingo sottili strisce di focaccia, ritagliate più o meno della stessa misura, piccoli rettangoli gustosi, soffici e unti che lasciano scie oleose sulla superficie ferma del latte. La dimensione è importante per gustare appieno l’incontro ancestrale fra il dolce e il salato. I ricordi riaffiorano alla memoria, celati dietro le sensazioni delle papille. Quelli miei, ma davanti a quel mare lattiginoso velato di grasso, (ri)scopro fra le anse, i fiordi e le insenature della memoria, l’intero comportamento antropologico della specie, delle generazioni che mi hanno preceduto. È come se mani rugose e antiche mi coccolassero e guidassero i miei gesti volutamente calmi nel nutrirmi di quel nettare evocativo. Talvolta intravedo il suo viso, riflesso sulla patina del liquido, dentro la grossa tazza. Allora rimango ferma, attenta a non far vibrare la superficie calma e, per un attimo, assaporo di nuovo la pienezza. Senza illudermi, per carità. Tutto è passeggero e la felicità può brillare giusto qualche attimo, prima di lasciarsi corrompere dalla consapevolezza. Ma in quei momenti di varco fra dimensioni parallele, è l’intreccio dei sapori a sostenere e sorreggere la parabola che proietta la mia coscienza verso una nuova consapevolezza. Ogni sera, fra i sorsi che esaltano il meraviglioso contrasto del sapore, annego la sua assenza in questa mia bulimia casearia fatta di strane cartine geografiche che galleggiano come continenti alla deriva nell’oceano grasso di latte. E naufragar m’è dolce in questo mare.

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