PRATO. Se n’è restato lì, seduto sulla sedia dove prima del concerto aveva sorseggiato un cappuccino, accartocciato sulla propria chitarra, come se temesse che qualcuno, tra il pubblico, fosse intenzionato a rubargliela. Siamo convinti che l’altra sera, tra il popolo de Il Garibaldi, a Prato, nessuno, nella sala tutto esaurito, fosse animato da questa detestabile intenzione, anche perché, una volta furtivamente presone possesso, farla vivere e cinguettare come canta tra le sue mani, sarebbe stato difficile, troppo difficile. Nemmeno i vari chitarristi presenti in sala, Giuseppe Scarpato su tutti, in prima fila, si sarebbero presi questa briga. Ma poi perché. Senza dimenticare poi che per far suonare a dovere quella chitarra occorre essere in possesso di una serie di anestetizzanti capaci di ridurre, riducendo così al minimo ogni rischio, tutte le infezioni. È una chitarra blues, d’accordo, che non ha la più pallida idea di volersi rinnegare; nasce da lì, infatti, e da quella riva del fiume non ha la minima intenzione di allontanarsi. Ma negli ultimi cinquant’anni della sua vita ha attraversato infine distese valli, dal Canyon all’Arizona, portandosi dietro boccette con dentro l’acqua del Mississippi, per buttar giù, ogni tanto, qualche sorso e senza dimenticarsi, in ogni posto dove ha fatto visita, di riportare qualche souvenir strumentale, che impasta poi, regolarmente e sistematicamente, nelle sue registrazioni. Per questo Scott Henderson, 71enne americano doc, anche nel suo ultimo album, Karnevel! (che non è un inno al Carnevale in senso lato, ma alla Fiera di Los Angeles, scoperta nel ruolo paterno e non di figlio, dove si fondono e confondono stravaganza ed esuberanza), ha nuovamente voluto far leva sullo chassis dei suoi esordi, quelli targati Tribal Tech, riproponendo, a distanza di vari decenni, un trio analogo, stavolta con due giovani strumentisti di rara bellezza: la batteria di Archibald Ligonnier e il basso di Roman Labaye, gli stessi con i quali, da un lustro abbondante, già ai tempi del precedente album, People Mover, strapremiato in tutta la circonferenza acquea, gira il mondo per portare a spasso il suo poliglottismo strumentale, quello forgiato dai tempi delle collaborazioni con Jaco Pastorius e Joe Zawinul dei Weather Report, con Chick Corea, o Jean Luc Ponty, violinista elettrico della Mahavishnu Orchestra, nel quale, con meticolosa didattica e spudorata innovazione, mette dentro tutto quello con il quale è possibile miscelare, sapientemente, le righe del suono con quello che la musica offre a certe latitudini. A cominciare dal jazz, naturalmente, di cui è esimio professore, ma senza tralasciare ritmi che possono in qualche modo rivoltare e rivoltarsi su loro stessi e concedere, al suo sound, infiltrazioni sonore care al rock e al funk. Un concerto semplicemente meraviglioso, in quella bomboniera indoor del centro cittadino di Prato una volta deputata al cinema e ora riadattata a eventi di questa portata. Prima del terzetto acido, a rassicurare il pubblico che alcuna allerta meteo avrebbe messo a repentaglio lo spettacolo, è salito Jeff Aug, con la sua barba da boscaiolo indomito e la sua chitarra, con la quale si è esibito in una serie di esecuzioni strumentali, intervallate da battute degne di un comico di navigata ilarità anglosassone, che ne hanno esaltato, contemporaneamente, le componenti classica e virtuosa.

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