PRATO. Smalto, rossetto e cinturino dell'orologio glicini, che fanno pendant con una delle tre Ibanez usate ieri sera, tutte monocromatiche; ha iniziato con quella total black, che convolava perfettamente in sodalizio con l’abbigliamento: chiodo, t-shirt sbracciata sotto, pantaloni grigio scuro attillatissimi, ma senza malizia e stivaletti in pelle con il carrarmato sotto, buoni per partecipare, senza documenti d’identità, a un raduno di hardrocker, ma anche per sentirsi a proprio agio tra le strade di una affollatissima metropoli. Così vestita e scrutandone i lineamenti del viso, protetti da una lunga chioma, si potrebbe pensare che la ragazza, di giorno, sia un’insostituibile segretaria d’azienda, ma che appena chiuso il portone della Ditta, preferisca dedicarsi alle cose che più l’aggradano: giocare con i propri figli, passeggiare con loro nei parchi mano nella mano con il proprio compagno, che è un uomo semplicemente insostituibile. Forse è proprio così, perché la semplice profondità del suono della sua chitarra è qualcosa di anomalo, soprattutto in questi tempi di lustrini, ammiccamenti e travestimenti. Lari Basilio, che qualcuno potrebbe pensare avere origini mediterranee, è una paulista pura, invece, che si porta nel sangue e nel suono tutta la saudade che contraddistingue gli artisti verdeoro. Ma con la musica ha girato il mondo e il suo groove è apolide, tanto che si muove, senza alcun omaggio alla samba e alla bossanova, con estrema disinvoltura, tra il rock e il jazz, prediligendo, tanto inesorabilmente, quanto meravigliosamente, la worldmusic. Il suo suono e il suo stile, mai teatrale, né cinematografico, ricorda, sistematicamente, il primo Jeff Beck, quello di Wired, ma anche – e parecchio -, l’illustre melodia di Pat Metheny, ai tempi di Travels. Se fosse nata molto prima di quando è in realtà successo 37 anni fa, Lari Basilio sarebbe stata sicuramente ingaggiata, come turnista, da Zawinul, Pastorius, Shorter ed Erskine, il nucleo storico dei Weather Report e avrebbe duettato, se fosse sbarcata in Italia una decina d’anni fa, senza ombra di dubbio, con Pino Daniele. Tutti questi accostamenti per cercare di raccontare la meraviglia emotiva ed emozionale sprigionata, ieri sera, al Garibaldi, a Prato, nei novanta minuti abbondanti del concerto della chitarrista e compositrice brasiliana, accompagnata, per questa tournée europea – Redemption-, dalla batteria di Lucas Bidran, dal basso di Arthur De Palla e dalla chitarra e tastiere di Leo Bonemy. Una tecnica raffinatissima, di estrema capacità introspettiva; un suono nitido e penetrante, una profondità abissale, che invita l’ascoltatore - non lo spettatore – a non accontentarsi di quello che si vede e si sente in giro; che per essere felici, o quanto meno per provare a farlo, occorre qualcosa in più: bisogna spingersi più in là, oltre le Colonne d’Ercole, oltre lo scibile e il conosciuto, perché l’anima aspetta solo che qualcuno sappia come cibarla. E con Lari Basilio succede, sistematicamente, in ogni suo brano; che si tratti di rock and roll, che sia un motivo jazid, che ci si addentri in un ginepraio emotivo dove la musica non deve accompagnare, ma guidare altrove, il traghettatore di turno. A Los Angeles, del resto, dove ha registrato il suo ultimo album e i pochi che lo hanno preceduto, con la ragazza di San Paolo ci sono stati Vinnie Colaiuta, Leland Sklar, Joe Satriani e altri mostri sacri della musicacosmica ed è con loro – e con le loro informazioni – che Lari Basilio porta a spasso la sua spiritualità, fatti di piccoli e affatto roboanti gesti, con quel modo intimo e intimistico di rapportarsi allo strumento, permettendosi, talvolta, solo il sollevamento della gamba sinistra, quella non ingombrata dalla cassa delle sue Ibanez. La mano sinistra viaggia velocemente sui capotasti, ma senza mai dare l’impressione di essere con il fiato corto; la destra cerca di comunicare con la compagna di viaggio, plettrando armoniosamente e confidando, qualche volta, nella naturale distorsione prodotta dall’uso, profondo, ma delicato, della leva del vibrato. La pella, liscia, e senza gli indelebili trofei dei tatoo, adornata solo dalla fascetta d'oro posta all'anulare della mano sinistra, antico, desueto, codice meraviglioso d'amore, copre un corpo che si capisce non si sottoponga, in modo maniacale, alle cure infernali delle palestre. Suona mordendosi le labbra, spesso chiudendo gli occhi, lasciandosi ispirare dal buio e dall'intimità; altre, sorridendo e quando la semplice felicità le illumina il viso, sulle guance le si formano due fossette, che sono il sintomo, inequivocabile, della sua straordinaria leggerezza biochimica, buone però, anche, a raccogliere le lacrime, quando finisce la festa, il Carnevale, il concerto.

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