di Luigi Scardigli

MAROSTICA (VI). Si è quasi sempre esibito con gli occhi semichiusi. Dopo mezzo secolo, può anche permettersi il lusso di non aprirli mai, durante i concerti. La sua musica, in compenso, la musica di George Benson, continua a vedere quello che molti altri suoi colleghi stentano anche lontanamente a decifrare. Certo, l’energia e soprattutto le corde vocali non sono più quelle di qualche stagione trascorsa, ma ieri sera, 17 luglio, a Marostica, nell’opulenta provincia vicentina, in piazza Castello, ribattezzata piazza degli Scacchi, il 74enne inimitabile chitarrista statunitense si è preso un’altra, l’ennesima, licenza di divertire chi ha preferito non perdersi la sua esibizione (unica data italiana di questa tournée), costringendo la security a mollare i rigori di ordine pubblico fino a quel momento fatti rispettare con disinvoltura e consentire al popolo del Marostica Summer Festival, almeno nelle quattro canzoni che hanno chiuso la serata, di alzarsi dalle seggioline rosse e blu e ballare.
di Luigi Scardigli

PISTOIA. Anche trentasette anni fa, la prima volta del Festival Blues a Pistoia (allora si chiamava Blues’In), si chiuse il 15 luglio, proprio come questa 38esima edizione. La differenza cronologica (quelle artistiche sono impronunciabili; dunque, non le scriviamo) risiede nel fatto che allora, il 15 luglio, cadde di domenica; ieri invece, l’arrivederci alla prossima, è stato un sabato, il sabato del villaggio, il Villaggio del Blues, un Villaggio meraviglioso, nel quale noi abitiamo da sempre e dal quale non abbiamo alcuna intenzione, men che mai voglia, di traslocare. Senza questo Festival, però, questa città varrebbe meno, molto meno, e non ha tanto da regalare, nonostante l’insolita e impalpabile nomina a Capitale della Cultura di questo 2017. Allora difendiamola, questa manifestazione, con i denti, perché è veramente un anello che ci tiene legati, saldamente, all’Universo musicale, che ci (ri)congiunge con il Mondo, quello vero, senza confini, senza barriere, senza pregiudizi, quello del Blues.
di Luigi Scardigli

PISTOIA. I gruppi di spalla, che abitualmente svolgono il compito di introdurre, acusticamente ed emotivamente, la serata, ci avevano un po’ spaventato. Sì perché, a essere onesti, di questo Tom Odell non ne avevamo nemmeno sentito parlare, oltre che suonare. Le teen agers disposte a tutto che si accalcavano sotto le transenne poi, non hanno fatto altro che aggiungere dubbi alla nostra prevenuta inquietudine. E ci eravamo sbagliati, di grosso, anche se a Tom Odell occorre dare ancora qualche anno per stabilire se potrà scrivere anche lui almeno una pagina di storia o accontentarsi di essere stato una gradevole meteora mediatica. Ieri sera però, nella penultima giornata di questo 38esimo Festival Blues di Pistoia, il giovane cantautore inglese, divenuto tale per la sua cocciuta ostinazione e per la complicità della mamma, maestra elementare, che non ha mai smesso di credere nelle doti artistiche del figlio,
di Luigi Scardigli

PISTOIA. Per fortuna che i cani della narcotici non siano saliti sul palco e siano invece rimasti nell’angolo della piazza che guarda via Roma, altrimenti, il concerto dei Gogol Bordello, sarebbe stato rimandato a data da destinarsi. No, non stiamo supponendo l’assunzione di sostanze stupefacenti da parte della band dell’Est europeo trasferitasi negli Stati Uniti per esigenze morali, politiche e radioattive, ma solo che di gas, in corpo, i ragazzi della band ucraino-statunitense ne hanno da vendere e soprattutto sanno a chi offrirlo. Piazza del Duomo infatti, per una delle ultime serate di questo 38esimo Festival Blues di Pistoia, ha risposto con tutta l’energia ska/punk/rock/hippop che occorreva e all’arrivo di Eugene Hutz e della sua formazione gipsy punk si è fatta trovare pronta a pogare.
di Luigi Scardigli

PISTOIA. Non basta essere musicisti stradotati per stare sul palco con Stefano Bollani. Per accompagnarlo, il bossanovista pentito, l’arrangiatore incompreso e incomprensibile, l’uomo del jazz che lo suona in dialetto, il musicista del cubo di Rubik, il più dotto e scanzonato conoscitore di tutti i sound, il più incarognito detrattore del reggae, l’imparagonabile corteggiatore delle melodie, l’unico pianista al mondo che riesce, contemporaneamente, a suonare con tempi jazz, blues, pop, funky, rock e tarantella pura, senza dimenticare la classica, bisogna essere, oltre che strumentisti tassonomicamente preparati, anche e soprattutto dei lazzari felici, che non possono separare la professionalità dal divertimento. Ieri, a Pistoia, questa piccola introduzione si è puntualmente verificata, soprattutto perché per questa Napoli trip, l’uomo del Nord cresciuto a Firenze e musicista onorario in ogni angolo del Mondo, si è fatto accompagnare da tre suoi fedelissimi amici, che oltre a potersi permettere il lusso di capirne anticipatamente il sound, sono principalmente preparati a viverne l’allegria: Nico Gori ai clarinetti, Daniele Sepe ai sax e Bernardo Guerra alla batteria, anche senza charleston.
di Luigi Scardigli

FIESOLE (FI). Accettai, di buon grado, i consigli di mio cugino Luigi (Calabrò), quando, alfabetizzandomi alla musica colta, mi suggerì l’acquisto di due Lp: Blue Wired (Jeff Beck) e Spectrum (Billy Cobham). Del primo, il motivo indimenticabile, è Sophie; dell’altro, Red Baron. E ieri sera, a Fiesole, nell’anfiteatro del Teatro Romano, Stanley Jordan alla chitarra, Christian Gàlvez al basso e lui, Billy Cobham alla batteria, proprio con il Barone Rosso hanno chiuso il concerto. I due Lp li acquistai nel 1978, ricevendo anche i complimenti del venditore, che si congratulò, vista la mia giovane età, per la scelta non certo usuale. Spectrum era già uscito da cinque anni (quello di Jeff Beck da due), ma allora non ero ancora pronto per ricevere quell’indelebile battesimo strumentale, che per fortuna contraddistingue e condiziona ancora, intatta, la mia passione musicale. E dopo 39 anni, una vita trascorsa tra ascolti, concerti, Festival, recensioni, le coincidenze hanno fatto sì che quel motivo, che segnò indelebilmente il ritmo della mia adolescenza, venisse offerto a me, e alle centinaia di spettatori, come preziosissimo e insostituibile congedo.
di Luigi Scardigli

PISTOIA. Lo sa perfettamente, Alex Britti, cosa riservi, spesso, la vita, a quella moltitudine indefinita di suoi concittadini metropolitani, anche non necessariamente di Monteverde, il quartiere dove è nato. Infatti la racconta, anzi, continua a raccontarla, miscelando, con sapiente piacioneria, la dotta preparazione musicale, fortemente blues, ad un’antologia di testi che non richiedono, per l’ascolto e la memorizzazione della stragrande maggioranza di questi, concentrazioni particolari. Ieri sera, il cantautore romano, ha riempito la piazza (concerto gratis, cosa non da poco), prendendo per mano, uno per uno, i circa 4.000 spettatori e lanciandoli nell’orbita tridimensionale della sua ultima registrazione, In nome dell’amore, volume II e della scenografia sul palco, sul quale ha campeggiato un mega schermo illuminatissimo dove sono scorse le immagini suggestive di angoli di Roma catapultate in indefinite metropoli notturne. Non era la prima volta, ieri sera, all’interno della 38esima edizione del Pistoia Festival Blues, che Alex Britti si esibiva nella Capitale del Cultura 2017. Lo aveva già fatto nell’edizione del 1989, poco più che ventenne, facendo da apripista a Van Morrison e suonando, benissimo, il blues degli altri, in quegli anni che chi suonava il Blues, faceva la fila per poter salire sul palco di piazza del Duomo.
di Luigi Scardigli

PISTOIA. La strategia delle immagini e dei riflessi mediatici ha imposto l’inversione delle esibizioni. Così, i Cult, che avrebbero dovuto chiudere, a suon di heavy, la nuova serata della 38esima edizione del Festival Blues di Pistoia, hanno dovuto surriscaldare, con ottimi risultati, doveroso aggiungere, gli animi del popolo di piazza del Duomo e concedere la chiusura ai giovani Editors, a nostro parere più indicati in orario da apericena, che non da notte fonda. Non sappiamo, tra i giovanotti surriscaldati e le signorine megatatuate che si sono stoicamente accalcati alle transenne sotto il palco, a quale dei due gruppi non avrebbe rinunciato, ieri sera. I tempi delle inchiestine sono tramontati da tempo, però non avremmo fatto male, per un successivo studio sociologico e musicale, scambiare due chiacchiere con gli avventori per sapere se per i Cult o per gli Editors che si sono preoccupati di acquistare il biglietto e organizzare il viaggio.
di Luigi Scardigli

PISTOIA. Nessuno, scommettiamo, tra i molti, troppi, che hanno deciso di disertare l’unica tappa italiana di Little Steven, ieri sera a Pistoia per uno degli appuntamenti che credevamo imperdibili di questa 38esima edizione del Festival Blues, erano al corrente che il fonico della band, Disciples of Soul, fosse in preda a furori iconoclasti e per questo abbia deciso di non coordinare i decibel d’amplificazione e soprattutto non equalizzarli. Però, al di là di questo macroscopico contrattempo tecnico, che ha soprattutto nuociuto alle trombe d’Eustachio dei presenti, fatto tremare i responsabili per rischio crolli e svilito il sound della formazione, risulta indecifrabile l’atteggiamento del pubblico, specialmente quello indigeno, che solitamente, da agosto a giugno, è prodigo di suggerimenti e obbiezioni artistiche (in parole povere, rompe i coglioni), per poi disertare, puntualmente, la piazza nelle serate del Festival.
di Alagia Scardigli

FIRENZE. Nell’ippodromo del Visarno, quest’estate, a Firenze, sono passati diversi artisti, tra cui, il 1° luglio, i Chemical Brothers, il duo elettronico nato dall’incontro tra dei ragazzi inglesi nella facoltà di storia. Nella serata di sabato scorso, però, i due hanno deciso di non premere semplicemente play sui loro pezzi storici (Galvanize, Out of control, Let forever be…), quelli per cui tutti li conosciamo, ma di intrattenerci con un loro dj set. Scelta coraggiosa, perché sarebbe stato più facile ottenere applausi con le tracce che tutti conosciamo a memoria. E se così avessero fatto, tutto il focus si sarebbe focalizzato su di loro. Quello che invece è successo sabato è stato un fenomeno che già avevo notato al concerto dei Prodigy, al Lucca Summer Festival, anni fa: l’attenzione, in questi casi, non è sull’artista sul palco, ma su noi stessi. Sarebbe sbagliato dire che è finita l’epoca in cui alla gente piace la musica suonata con gli strumenti, perché io domenica 25 giugno ero nello stesso ippodromo a vedere i System of a Down, e percepivo un enorme entusiasmo da parte del vastissimo pubblico per una band che suonava e cantava, e tutta l’attenzione era posta nei confronti degli artisti, uno ad uno e nel loro insieme contemporaneamente.

PISTOIA. Ai due incredibili virtuosi del violoncello, i 2Cellos, ieri sera, 29 giugno, il meteo ha concesso la tregua, naturale, che avrebbe dovuto regalare anche a Franco Battiato. Ma fulmini e saette, con il cantautore siciliano, non si sono risparmiati, concedendo invece tutta la più gradita distrazione agli ex slavi, che hanno incantato, con la loro musica, per un’ora e mezza, i tanti presenti in piazza Duomo, alla prima vera serata del Pistoia Blues Festival 2017, edizione n° 38. È un concerto/spettacolo quello del duo sloveno-croato, formato da Luka Sulic e Stjephan Hanser: si assiste a uno show in cui musica classica e rock si coniugano in modo originale, grazie anche all’accompagnamento dei magnifici orchestrali, I Solisti di Zagabria, e del potente batterista Dusan Kranjc. Il concerto prende il via con il brano della colonna sonora di Momenti di Gloria e, a seguire, un’intensa interpretazione dedicata alla musica di pellicole leggendarie: Il Padrino, Braveheart, Colazione da Tiffany, Rain Man e molti altri.

LUCCA. Nemmeno Renzo Cresti, direttore artistico della rassegna Anfiteatro Jazz, ha saputo catalogare, con tassonomia strumentale, il filone musicale dei Meez Pheet. A pensarci, e nemmeno tanto bene, però – anche se i cultori potranno liberamente arrovellarsi nel discernere sulle origini e sulle contaminazioni più pressanti -, sapere in che cassetto sonoro occorra depositare il sound dei Meez Pheet, per trovarlo senza problemi, cercandolo, non è poi così importante. Fandamentale, invece, per una corretta disamina recensoria, è soffermarsi sull’eleganza acustica, fisica ed estetica della cantante, Elisa Ghilardi. Una signora profondamente distinta, sobria, tanto nell’abbigliamento che nelle capigliatura, che si esibisce con profonda passione, lasciandosi coinvolgere, con discrezione, però, dal dovuto, insopprimibile, trasporto. Sarà l’assenza di tatuaggi, forse (condivisa con meravigliosa naturalezza con tutti e sei i colleghi del palco), a suggerirle un’enfasi deontologicamente corretta, o forse il diaframma, impostato per funkeggiare, con tutte le sfumature che ne conseguono, dal soul al rap.
Leggi tutto: Piazza Anfiteatro, dove l'eleganza musicale è d'obbligo

PRATO. A vederla, non si direbbe. Poi, però, appena intona i primi accordi, ci si accorge, con grande piacere, di avere a che fare con una voce che non fa sconti. A nessuno, a nessun genere. Si chiama Elisa Mini, è una pratese naturalizzata ovunque; ovunque si possa cantare a livelli superiori, perché per lei, problemi di vocalizzi, al di là di ogni ragionevole poliglottismo, non ce ne sono. Ieri sera, 11 maggio, era a Prato, all’Opificio, in compagnia di una delle sue band: si chiamano i Mini market music e il nome – l’ha confessato la vocalist durante l’esibizione – è opera, fantasiosissima, del chitarrista, Daniele Vettori, coordinato, nel sound, non nel battesimo della formazione, da Alessandro Cianferoni al basso e Marco Calì alla batteria.
Leggi tutto: In quel Mini mercato c'è una voce straordinaria
di Virginia Longo

LECCE. “Non sono qui per promuovere un disco o per pubblicizzare chissà cosa. Le radio poi non passano le mie canzoni e quindi non mi posso definire una cantante radiofonica. Di conseguenza voi siete proprio antimoda e io vi sono grata per essere ancora qui, a darmi ancora energia. Rischiavamo il colpo di sonno con un progetto simile e invece ci abbiamo creduto tutti”. Si rivolge così Carmen Consoli al pubblico leccese del teatro Politeama Greco, pubblico che in una mite e ventosa sera di fine marzo ha riempito i palchi e la platea del settecentesco teatro. Eco di sirene è stato battezzato il progetto che ha portato la Consoli da fine febbraio in tutti i teatri italiani, ed è qualcosa di magico, mitologico, che studia e analizza tante personalità femminili. La voce di Carmen è ancora potente, come potenti sono le sue liriche, i suoi versi. Dimostra ancora una volta di essere la Cantantessa e nessun artista sanremese, della scuderia di Xfactor o Amici si è avvicinato al fascino del suo modo di cantare, alla profondità dei suoi testi che parlano al cuore.
di Luigi Scardigli

POGGIBONSI (SI). Nell’immaginario collettivo, e dunque parecchio banale, il violino è uno strumento bianco, concertistico, cameristico. Vederlo di colore e sentirlo vibrare come se si trattasse d’altro, a parte due illustri precedenti, come Stefano Grappelli e Jean Luc Ponty, bianchi, vero, ma oceanici, lascia interdetti. Solo il tempo di sentirla all’opera, Regina Carter, perché il fascino, la poesia, la grazia, la profondità, la leggerezza, la melodia si impossessano immediatamente dell’ascolto e il resto diventa cosa antica, o ancora da fare. La reception del Teatro/Cinema Politeama di Poggibonsi, primo Comune del senese lungo la bisettrice che si immerge nella campagna appaltata dagli inglesi da Firenze, è variamente assortita. Molti, però, hanno i bicchieri di cartone pieni di pop corn. Strano, per un concerto.
di Luigi Scardigli

VICCHIO (FI). Il talento si realizza ovunque, se c’è. Oz Noy, ne ha da vendere, ma se fosse nato dall’altra metà di Gaza, forse, il destino gli avrebbe forse riservato altri orizzonti. Al di là di questo, però, il chitarrista israeliano è veramente un perfezionista del suono, soprattutto perché una volta approdato negli Stati Uniti, si è messo in scia di talenti, che ne hanno fortificato una base oggettivamente imponente. Ieri sera, al Teatro Giotto di Vicchio, sulla bisettrice della provincia di Firenze che lega il Sieve a Bilancino, per il concerto inaugurale della ventesima edizione del Giotto Jazz Festival, con il ragioniere inemotivo, sul palco, altri due mostri sacri: Keith Carlock alla batteria (il suo assolo di cinque interminabili minuti sulla rilettura fusion di una leggeda sionora del rock and roll è stato devastante) e uno dei cofondatori degli YellowJackets, il bassista (a cinque corde) Jimmy Haslip.
Leggi tutto: Tre professori inaugurano il Giotto Jazz Festival

FIRENZE. La musica ha davvero un linguaggio universale. Ieri sera, nella Sala Vanni di San Frediano, a Firenze, se ne è avuta un’ulteriore e autorevole conferma, con il concerto/spettacolo di Idan Raichel, che ha momentaneamente deciso di abbandonare per un po’ di tempo il gruppo creato a sua immagine e somiglianza, Idan Raichel Project, per raccontarsi da solo. Il tastierista e cantante israeliano (nato a Kfar Saba 40 anni fa), ma anche consollista, percussionista e, nella circostanza dell’epilogo della serata, chitarrista, ha infatti concentrato l’intera esibizione con un repertorio di testi ebraici che così, solo a scriverlo, paiono lontani anni luce dalla musica più convenzionale, ma anche dotta, che mastichiamo abitualmente.
Ellesse

PISTOIA. Il Diavolo c’è, non c’è dubbio: ha 84 anni, pare un sommelier sosia di Gino Bramieri e suona e canta come se il tempo, il suo tempo, almeno, si fosse fermato agli anni ’80, quando imperversava con i suoi Bluesbreakers, la formazione-palestra per il blues a cavallo tra gli esordi revival e quelli rock, dai Cream, in poi. A Pistoia, John Mayall, c’era già stato, prima di ieri sera al Teatro Manzoni, svariate volte, a qualche centinaio di metri più a est, in piazza del Duomo, per l’esattezza, partecipando a più edizioni del Blues’In. Non crediamo che le escursioni atmosferiche gli creino problemi: visto come dispensava autografi, nell’antisala del Teatro pistoiese prima del concerto, vendeva Cd, incassava banconote e distribuiva sguardi censori verso coloro che intendevano familiarizzare, tutto si sarebbe potuto profetizzare, meno che una débacle.
di Rebecca Scorcelletti

PISTOIA. Twoness, dualità, è il nome del progetto musicale andato in scena ieri sera, 16 febbraio, alla Fondazione Luigi Tronci di Pistoia e nell'ambito della rassegna Giovedjazz patrocinata dall'Associazione Culturidea. Mauro Grossi e Matteo Scarpettini gli artefici, i protagonisti, l'essenza di questa dualità che rappresenta e confessa, in modo particolarmente eloquente, il senso ultimo di ogni interplay: il dialogo che diventa espressione. In secondo piano i percorsi dei due musicisti, per quanto origine del linguaggio che l'un l'altro si porge, l'obiettivo del confronto emerge immediatamente dal raccoglimento e dall'intreccio di sguardi che non cercano intesa, ma combinazione di libertà e trovatala, sorridono.
Leggi tutto: La classe non è acqua, a patto che non scorra controcorrente

PISTOIA. Ha imparato a viaggiare, Michele Beneforti. Per lui non esistono posti che si conoscono rispetto ad altri sconosciuti: viaggiare vuol dire ascoltare, e Michele, ogni volta che si muove, anche lungo la linea, a lui familiare, da un paio di anni, Pistoia-Boston, sente sempre cose nuove. Che appena può, e ovunque si trovi, cerca di riassumere e riprodurre con la sua sei corde. Ieri sera, sul palco del Santomato Live, a Pistoia, cresciuto sotto l’ala del maestro Nick Becattini, il predestinato enfant prodige, in Italia per una brevissima vacanza dalla scuola statunitense, ha provato a spiegare cosa gli sia successo, in questo ultimo periodo. Lo ha fatto introducendo ogni canzone della scaletta: dalla rivisitazione di alcuni successi di colleghi affermati, a quelle autografe, che sono il risultato, ideale, dei viaggi, dei suoi viaggi; ascolto, meditazione e (ri)nascita.
di Emiliano Degl'Innocenti

Ho ascoltato più volte nelle ultime tre settimane (ovvero dal giorno della sua uscita) Blue and Lonesome, il nuovo disco dei Rolling Stones, perché, malgrado al primo ascolto non mi abbiano dato particolari emozioni positive, meritano di essere sentiti a fondo. Il disco inizia con uno shuffle gradevole, Just Your Fool, che non ricorda, se non per la melodia, l'originale cantato da Ella Johnson, un brano tranquillo di jump blues anni '50. Vedo che oggi su Spotify ha superato i tre milioni di ascolti. In Commit A Crime si cerca forse di ricreare l'atmosfera della registrazione ipnotica di Howlin' Wolf, senza riuscirci e cadendo in una dilettantesca pesantezza, che tutte le volte che l'ascolto mi spingerebbe a cambiare canzone prima che finisca.

SERRAVALLE (PT). Peccato che li abbiano fatti esibire all’interno di una chiesa: è sacrilego; per i musicisti, naturalmente. Però ci auguriamo che presto capiti nuovamente l’occasione di poterli ascoltare altrove, perché il quartetto Sam Bossa (Pino Arborea, chitarra e voce, Filippo Poggi al basso, Massimiliano Balli alla batteria e Teresa Fallai alla voce), una divinità particolare, alla quale soprattutto gli atei sono devoti, merita ogni attenzione. A cominciare dal fatto che si tratta di professionisti, che non battono ciglio dai loro rispettivi spartiti e che al microfono c’è una donna semplicemente deliziosa, adorabile, con un diaframma di una possanza impressionante, un meccanismo che le consente di arrivare ovunque voglia senza fare il minimo sforzo, una leggerezza vocale sulle tonalità più difficili da vedere, figuriamoci da raggiungere.

PISTOIA. Siamo convinti che se Fabrizio Berti, presentatore ufficiale di molte manifestazioni del Pistoia Blues Festival, ieri sera, 21 dicembre, al Bolognini, non avesse annunciato che al posto dei The Voices of Georgia, costretti alla defezione per un improvviso malessere del tastierista, si sarebbero esibite le ragazze del Lousiana Gospel Psalmist, in pochi, tra quelli che hanno gremito la sala della succursale del Manzoni, se ne sarebbero accorti. E che nessuno, alla notizia, abbia battuto ciglio, dimostra, insindacabilmente, non certo lo spirito tollerante, nonché festaiolo, degli spettatori, ma la loro disarmante indifferenza: il 21 dicembre si va al concerto di Natale, come nelle case si compongono albero e presepe e alla mezzanotte si va a messa.
di Rebecca Scorcelletti
PISTOIA. Il Momento Giusto è il titolo di uno dei brani del disco Le Nuvole, il Tempo e l'Aurora che il chitarrista pistoiese Francesco Biadene ha presentato il 20 Ottobre alla Fondazione Luigi Tronci di Pistoia. Coadiuvata dall'Associazione Culturidea, la Fondazione ha di fatto inaugurato una serie di incontri musicali che si protrarranno fino al 15 dicembre proprio con la presentazione di questo progetto che Francesco Biadene ha potuto realizzare grazie al sostegno 100 band all'interno di Giovanisì Regione Toscana. Il disco è leggero come il sound dei suoi brani, decorato da un disegno di nuvole e dalla silhouette del cantante. Dieci brani dove il testo a tratti gira e si sparpaglia fra le note con gusto e poesia e le note hanno la giusta mescola di giri armonici alla tizio e caio e di originalità, spesa soprattutto nei tocchi di rifinitura.
di Rosalinda Renzini
PORRETTA (BO). "Hanno deciso di continuare con le mie canzoni. Sono convinto che le trattino bene, con rispetto, ma soprattutto con affetto, con la loro abilità di strumentisti. E si sono chiamati così come li chiamavo io, i Musici. Forse con la stessa ironia". Francesco Guccini è appena sceso dal palco del Rufus Thomas che deve salire su un altro, quello allestito per l’occasione della rivisitazione di alcuni dei suoi brani. Ma lui non suona e non suonerà più e lo conferma ancora una volta. Nell’intervista, improbabile, alla quale è sottoposto, preferisce raccontare della sua infanzia, quella trascorsa al Mulino, “dove si viveva sotto un tetto, vero, ma in condizioni atmosferiche proibitive, in un clima polare”. Parla di un mondo cambiato troppo velocemente, almeno per i suoi gusti antichi e per questo, le sue poesie, che raccontano piccole storie ignobili, non ha più voglia di interpretarle, forse. Ma a questo ci pensano i suoi Musici prediletti: Vince Tempera al piano, Pierluigi Mingotti al basso, Ivano Zanotti alla batteria (giunto in ritardo sul palco: una storia di donne, pare) e gli storici Antonio Marangolo al sax e soprattutto lui, Juan Carlos Biondini alla chitarra e alla voce, Flaco, meglio dirlo, lo pseudonimo, altrimenti, qualcuno, non capisce.
di Luigi Scardigli

PRATO. Esperimento coraggioso, quello intrapreso da Paolo Ponzecchi. Sì, perché stavolta, l’omaggio del lunedì dei concerti della Verdi, alla Corte delle Sculture della Bibioteca Lazzerini, a Prato, è ad un personaggio leggendario, del quale, nel Mondo, nessuno è stato mai colto in flagranza di fischiettarne un motivo. Jimi Hendrix è un vero e proprio culto per tutti i chitarristi, ma anche per chiunque si accosti alla musica entrando nel mondo delle note passando dalla porta o dalla finestra di qualsiasi altro strumento. Non a caso, ieri sera, a ripercorrere qualche tappa della breve, ma intensa e inimitabile vita del mancino di Seattle, si sono dati appuntamento cinque strumentisti (e nemmeno una sei corde) e una voce, candida, profonda, timida, invadente, di un’irlandese che sembra essere ancora più nordica di quanto lo sia. Tutti e sei devoti a Jimi Hendrix, come buona parte del pubblico, che come al solito ha puntualmente gremito il parterre in pietra, compreso Michele Papadia, con il quale abbiamo avuto la fortuna e l’onore di seguire il concerto.
di Luigi Scardigli

PRATO. E’ nato prima il cinema, del sonoro, si sa, ma la musica esisteva già. Poi, un giorno, apparve Ennio Morricone e la musica e i films, dal suo avvento, sono diventati un’altra cosa. Sì, certo, alcune pellicole non avrebbero avuto bisogno di altro per segnare indelebilmente il solco del cinema e le abitudini degli spettartori, ma diciamocelo francamente, alcune arie hanno trasformato dei capolavori in leggende. Pensate agli spaghetti western di Sergio Leone, agli Intoccabili, a C’era una volta in America, alla devozione, religiosa, che lo scanzonato Quentin Tarantino porta da sempre al musicista quasi novantenne, connubio questo che è valso, recentemente, un altro Oscar, quello targato The Hateful Eight. Al promoter Paolo Ponzecchi, coordinatore artistico dei Concerti della Verdi, a Prato, nella Corte delle Sculture della Biblioteca Lazzerini, in questa quinta edizione della sua felicissima iniziativa è venuta la brillante idea di omaggiare qualche mostro sacro. E dopo Pino Daniele e prima di Jimi Hendrix, ieri sera, 16 agosto, è stata la volta di Ennio Morricone. A ricreare l’atmosfera magica del sottofondo al grande schermo ci hanno pensato, con millimetrica e suggestiva precisione, il direttore orchestrale, pianista, tastierista e arrangiatore Massimiliano Calderai, il sax contralto, flautto e tutto ciò che suoni con il fiato Simone Santini, il contrabbasso di Filippo Pedol e la batteria di Alessandro Fabbri, tutti docenti della scuola comunale di musica Giuseppe Verdi di Prato, band alla quale si è aggiunta, per la circostanza, Delia Palmieri, voce, soprano, eleganza.

LA SERATA è stata piacevole, non foss’altro per la piacevolissima coincidenza che ha fatto sì che la sorte ci facesse sedere, attorno al banchetto, proprio davanti a lei. Era l’unica, della compagnia, che non conoscevamo ed era l’unica, probabilmente, che avremmo voluto conoscere. Da sempre. Ci siamo scambiate le mail, i profili; avremo occasione di rivederla. Chissà. In macchina, al ritorno, passata da poco la mezzanotte, abbiamo soltanto sperato di non imbattere in una pattuglia della stradale: non eravamo alticci, ma se ci avessero sottoposto all’alcoltest, avremmo avuto il nostro bel daffare a convincere gli agenti.
di Luigi Scardigli

PRATO. Siate ospitali, con lui, come lo siete da sempre; siamo sicuri, gli basterà un mese di full immersion nei bassi napoletani. Poi, una volta alfabetizzato al vostro slang, perché si possa sdebitare, organizzategli una serata musicale e capirete perché ne valeva la pena concedergli vitto e alloggio, anche gratis. Giacomo Ballerini è un bravo ragazzo, che porta con invidia i suoi 32 anni; ne dimostra meno, parecchi meno. Ha l’aria di essere ‘nu buone guaglione, umile, disposto ad ascoltare e imparare, però, se volete che tiri fuori il meglio di sé, dategli una chitarra e tacete: c’è del bello, in quelle dita che scorrono veloci sui capotasti; c’è del geniale in quella rieducazione del suono e c’è dell’avventata genuinità in quella capacità di rileggere anche un mostro sacro come Pino Daniele.
di Luigi Scardigli
PISTOIA. I meno giovani se lo ricordano con Clive sugli schermi di Videomusic; quasi tutti, da trent’anni a questa parte, lo seguono come presentatore ufficiale del Porretta Soul Festival. A Pistoia, i meno distratti, ricordano che la Tafuro dinasty a lui affidò la presentazione di alcune edizioni del Blues’In. Rick Hutton, però, un englishman in Italia da oltre trent’anni che la nostra lingua la continua a parlarla piacevolmente malissimo, è anche e soprattutto un musicista e ieri sera, 6 agosto, tra gli stand gastronomici della Festa regionale del Pd, a Santomato, alle porte orientali di Pistoia, ha ripercorso, a ritroso, la storia del rock and roll, iniziando questo magnifico viaggio dalla Route 66, quella che porta da Chicago a Santa Monica, lungo quegli oltre cinquemila chilometri della highway dell’esodo americano verso il Pacifico, che fu anche lo spunto per il titolo del brano che Bobby Troup scrisse nel 1946 e che vent’anni dopo, cantata poi da tutti, divenne un quasi manifesto musicale epocale.
di Luigi Scardigli

PRATO. Una serata nel tempo, ma senza tempo; un sottofondo orchestrale, senza batteria, basso, tastiere o organi. Sul palco della Corte delle Sculture della Biblioteca Lazzerini, a Prato, in un giardino in pietra isolato dal resto della città, ma non sottratto all’effetto acustico canyon, la Gianni Zei Wedding band, con l’omonimo maestro fiorentino alla chitarra, Roberto Beneventi alla fisarmonica e Ruben Chaviano al violino, si è presa il lusso di richiamare a raccolta uno stuolo di vecchi amici e, riempito l’anfiteatro, ha deliziato gli ospiti con una serata sontuosa, fatta di un ripetrsi, piacevolissimo, di terzine. Il viaggio è partito da lontano, molto lontano, nel tempo, nello spazio e soprattutto nella cultura sgtrumentale: da Astor Piazzolla, per l’esattezza, per terminare la propria parabola con un doppio Check Corea e Stanley Clarck, più un omaggio, per l’inevitabile e gradito bis, tutto popsudamericano.
di Luigi Scardigli

LUCCA. La magia della location ha i suoi meriti, non c’è che dire: il giardino dell’Ostello di Lucca, sotto un segmento di mura che guarda verso nord, sono un foulard inglese nascosto che non credi possa essere distante poche decine di metri dell’avvincente ed elegante via Fillungo. Ma le parole in musica di Luca Benicchi, al di là del confort ideale nel quale abbiamo potute gustarle, l’altra sera, anche in una landa sperduta del Monferrato, probabilmente, avrebbero sortito i soliti piacevoli umori. Al fianco della sua voce modulata lungo le direttive delle sue tastiere c’erano, è vero, due musicisti particolarmente inclini alle contaminazioni e dunque propensi a rendere ancora più godibile la serata: Gennaro Scarpato alla batteria, alle percussioni, all’armonica e ad una serie di piccole cianfrusaglie che se da lui percosse diventano effetti speciali e Meme Lucarelli, un chitarrista anomalo, che tende ad impossessarsi gelosamente della propria sei corde con la quale ha un rapporto di confidenza paterno che gli consente di divertirsi a girellare lungo la tavolozza delle note alla ricerca di un suono antico, ma nuovo, corretto ma inascoltato.
di Luigi Scardigli

LUCCA. L’unica volta che ha cantato in inglese, lo ha fatto indossando una parrucca e usando, addirittura, uno pseudonimo: Sarnataro, Joe Sarnataro. Solo una parentesi, però. Prima, fino a quella stranissima apparizione al Blues’In di Pistoia e dopo, da allora in poi, è stato solo e soltanto Edoardo Bennato, un gigante del rock and roll. E non iniziate a snocciolare la catena del vostro santantonio ricordando, con il ghigno di chi crede di aver udito una castroneria, che ci siamo dimenticati Bruce, Lou e altri mostri sacri. Siamo perfettamente consapevoli di quello che abbiamo detto e lo confermiamo: Edoardo Bennato è un pezzo pregiato, quasi unico, del rock and roll, quello made in Italy, certo; anzi, quello made in Bagnoli, per essere precisi. La Lucca del Summer Festival, quella che inanella da tre lustri prelibatezze artistiche planetarie, questa edizione ha voluto chiuderla così, ieri sera, 27 luglio, quasi controcorrente, con un concerto gratuito e affidato ad un arzillo e longevo settantenne, che non è preceduto né seguito dal fascino del mistero, vero, ma che suona e canta meravigliosamente due ore filate e non si permette di dire nemmeno una banalità: non lo ha mai fatto con i testi delle sue poesie, passi importanti di controinformazione nazionale già sui testi antologici scolastici, non lo ha fatto ieri, quando ha raccontato e si è raccontato, bambino, davanti l’Italsider, ad inseguire tutti i sogni degli adolescenti.
di Alagia Scardigli
FIRENZE. Non chiamatelo trip hop, neanche loro vogliono questa definizione. Dopo stasera, dopo il concerto che i Massive Attack hanno tenuto il 24 luglio, all'Ippodromo Visarno, a Firenze, lo chiamerei intellectual hop. E’ musica elettronica, ma vi sbagliate se immaginate una discoteca affollata, gente sudata che cerca promiscuità, droga e oblio la mattina seguente. Questa è musica elegante, raffinata, distaccata, da veri dandy di questo nuovo millennio (nonostante certa gente tra il pubblico che sembrava esser finita lì per caso, forse perché sperava in un dj rastafariano). E non pensiate che, essendo musica elettronica, ma non a bomba, allora ci sia l’obbligo di fumarsi una canna e di fare i menefreghisti. Anzi, direi che, ad un concerto così impegnato politicamente è più utile portarsi dietro qualche libro di storia e di filosofia e prendere appunti mentre le immagini scorrono sul maxi-schermo, accompagnate, queste, da una musica che deve farvi riflettere, che deve far scattare in voi quel meccanismo che si era inceppato con la comune e popolare musica elettronica. Quindi: sedetevi e godetevi lo spettacolo, ma non perdete di vista il messaggio.
di Rebecca Scorcelletti
PORRETTA (BO). Soulandia esiste e ha i confini di un emiciclo, quello che ogni anno, a Porretta, si riempie e brulica di seguaci del soul. Il calore lo avvolge senza mai diventare afa, la pioggia lo sfiora senza bagnarlo e, immancabilmente, a ogni luglio - il prossimo saranno 30 -, vi si compie il miracolo della moltiplicazione. A Porretta gli alberi puntano più alti verso il cielo, in quelle sere, nella stessa direzione delle centinaia di dita alzate a sintonizzarsi e lo spazio sembra espandersi a ogni impulso che dalle casse toraciche dell'impianto rotola e vibra nelle nostre. La sensazione è quella di un rito collettivo, e se non fosse per l'abbraccio familiare e universale del piccolo anfiteatro, verrebbe da domandarsi se si è davvero degni di parteciparvi.
di Luigi Scardigli
PORRETTA (BO). Soul? Beh sì, certo, ma quanto blues, per non parlare di funky, parecchio funky! A Porretta, i puristi che circolano come gufi agli altri Festival a caccia di improprie denominazioni ad origine controllata, non ce ne sono, del resto. Non ci vanno a casa Uliani perché sanno benissimo che lì, comizi ortodossi e sugli apparentamenti sonori, non se ne tengono: indispensabile, al Parco Rufus Thomas, saper suonare e saperla dare, la musica, come han fatto, ad esempio, ieri, sabato 23 luglio, la maliziosissima Toni Green (la conoscono bene a Porretta, nessuno si scandalizza più dei suoi abiti succinti o trasparenti), quel pagliaccio di Bobby Rush, o il giocoliere Vasti Jackson e quella band, supporto di tutti, che non ha battuto ciglio, dalle 20 all’una, senza soluzione di continuità, con il bandleader Anthony Paul a fare gli onori di casa, organo, fiati e coriste ad impreziosirla e quel pazzo di Derrick Martin, alla batteria, a far sentire che ritmi si tengono, da quelle parti. Anche la scommessa/promessa con il diavolo della pioggia della Tasmania è stata rispettata.
di Luigi Scardigli
PORRETTA (BO). Energia da vendere, al Parco Rufus Thomas di Porretta, per la seconda giornata della 29esima edizione del Soul Festival. Ma non solo sul palco. Tra il pubblico, specie quello che popola l’ala più vicina all’ingresso, c’è un folto capannello di ragazze che hanno reputato opportuno (e non se ne poteva davvero fare a meno) seguire l’esibizione delle vocaliste in scaletta con una carica adrenalinica degna della migliore allegria. L’impresa, del resto, sarebbe consistita nel riuscire ad assistere al concerto delle femmine in sequenza con un distacco britannico, al di là degli ultimi verdetti referendari. Soprattutto quando è stato il turno, quattro canzoni e un inevitabile one more time incitato dall’agile Rick Hutton, di Falisa Janaye, una tanica di benzina allo stato puro posta nei paraggi di un braciere. Anche fotografarla, è stato eroico: si è fermata solo al termine delle singole esibizioni, ringraziando il pubblico e il suo dio per averle regalato un diaframma e un’energia stratosferici.
di Luigi Scardigli
PORRETTA (BO). Non si può e soprattutto non ci si deve stancare di dirlo: Porretta Soul Festival resta un angolo incredibile, dove la musica, sistematicamente di sontuosa qualità, si coniuga, puntualmente, con un ambiente che non ha uguali in tutti gli altri Festival che si consumano sulla faccia della Terra. Pensavamo che fosse così, all’inizio, quando Graziano Uliani si mise in testa quell’idea meravigliosa che è diventata una realtà importante non solo per quell’angolo di terra sospeso tra la fine della provincia toscana e l’inizio di quella emiliana. Invece, il Festival Soul, così è restato, come se il tempo, le sue lancette e la voglia di stare insieme con un sottofondo meraviglioso volessero dimostrare, in una sola eccezione, che la regola si possa infrangere. Ieri, 21 luglio, la 29esima edizione ha aperto ufficialmente le danze, sui sorrisi del pubblico, che conosce benissimo la magia di quel posto, il parco Rufus Thomas, quel giardino ad anfiteatro che si schiaccia, vertiginosamente sul palco, diviso dal pubblico da una sottile linea rossa, che nessuno, nonostante la totale assenza di un servizio d’ordine nerboruto, si sogna, prima di permettersi, di oltrepassare. Arriviamo a serata abbondantemente iniziata, ma la fortuna riservata a chi adora esserci ci riserva una sorpresa meravigliosa, un trio stratosferico: Mecco Guidi all’Hammond, Lele Veronesi alla batteria e Gloria Turrini alla voce.
di Virginia Longo

LUCCA. Piazza Napoleone a Lucca è uno di quei luoghi dell’anima che difficilmente si dimenticano, un po’ come piazza Castello a Ferrara, i giardini dei Boboli di Firenze e corso Vannucci a Perugia durante l’Umbria Jazz. Per chi ama appassionatamente il connubio musica ed estate, il Lucca Summer Festival rappresenta uno di quegli appuntamenti imperdibili, che riscaldano il cuore e fanno sudare allegramente magliette e vestitini. Ieri sera, 20 luglio, piazza Napoleone ha accolto sotto le stelle i Simply Red, che solo per la loro data lucchese si sono fatti accompagnare da una cantante eccezionale come Anastacia. Reduci da una lunga tournée in cui hanno presentato la loro ultima fatica, Big Love, hanno sfruttato l’occasione per rispolverare i loro evergreen. D’altronde festeggiano ben trent’anni di carriera. Ad Anastacia è toccato il compito di scaldare la piazza, gremita già dalle sette di sera, mentre le vie del borgo si animavano tra i vari wine bar e gelaterie. Ma gli affezionati fan di Anastacia e di Mick Hucknall e soci erano attaccati alle transenne o intenti a prendere posto nelle poltrone.
di Luigi Scardigli

PRATO. Vecchie sonorità, antichi risentimenti e un omaggio doveroso, imprescindibile, al collega-amico Pino Daniele. Napoli Centrale oggi, la prima band italiana di world music, dopo 41 anni di attività, è ancora quella di allora. La dimostrazione l’ha data ieri sera, 20 luglio, a Prato, nel giardino delle Lazzerini, inserito nella cornice del Festival delle Colline. Ma non tanto perché a suonare ce n’erano ben tre della formazione inziale, quella che sconvolse l’imperante sound melodico nella metà degli anni ’70: James Senese, il padre spirituale, che suona (il sax) pensando a John Coltrane e Miles Davis, canta come Fred Buscaglione e parla come Edoardo De Filippo, Gigi De Rienzo al basso, impassibile come il mostro sacro Jaco Pastorius, che tutti, bene o male, tentano di emulare e Ernesto Vitolo alla testiere, un Joe Zawinul decisamente meno surriscaldato, ma comunque parecchio efficace alla causa d’O Sanghe, l’ultima incisione, in ordine di tempo, della band napoletanissima. Alla batteria non c’è Agostino Marangolo, testimonial Ufip e professore di tanti batteristi, qui, nella zona, ma altri due vecchi amici di quella combriccola nonsolomusicale che ha deciso di non lasciarsi sedurre e abbindolare da nulla e nessuno, per restare, fedele, a se stessa: Freddy Malfi e Franco Del Prete, due drummisti che possono adattarsi a qualsiasi cerimonia, ma che a quelle della loro terra preferiscono non mancare. Mai.
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di Luigi Scardigli
PISTOIA. Epilogo intimista, in piena controtendenza con l’aria che ha tirato per tutta la manifestazione, quello di ieri sera, 16 luglio, in piazza del Duomo, dove è calato il sipario sulla 37esima edizione del Festival Blues di Pistoia, un'altra rassegna che premia, ancora una volta, la duttilità, ancora un po' troppo titubante, di Giovanni Tafuro, il suo art director. Sul palco, da solo fino alla terza e ultima proposta del bis, Damien Rice, con la sua chitarra rabberciata e un loop efficacissimo, che gli ha consentito, sovente, di poter chiudere i brani in un crescendo orchestrale un po’ angosciante e asfissiante, ma di grande effetto. La piazza, con le seggioline blu, ma disposte ovunque, non solo nell’area solita per timori di modesta prevendita, accetta il religioso silenzio imposto dall’artista irlandese e decide di seguire il concerto in assoluto silenzio.
di Luigi Scardigli
PISTOIA. La prima delle cinque W del giornalismo, quello che si insegnava nelle redazioni e tutti dovevano imparare, per irreggimentarsi, è quella del minuto di silenzio richiesto, a nome del Sindaco di Pistoia, Samuele Bertinelli, a Fabrizio Berti, presentatore occasionale del Festival di Pistoia. La folla, non oceanica, ma consistente, di piazza del Duomo, riunitasi per vivere la penultima serata della 37esima edizione della manifestazione, sta aspettando David Coverdale, l’ex voce dei Deep Purple, prima dell’avvento di Ritchie Blackmore. Ma il sangue e l’orrore di Nizza, almeno dietro esplicita richiesta, tornano prepotentemente alla memoria e per un minuto almeno, sotto un cielo ambiguo, tutto tace. Prima della storica band inglese, in procinto di festeggiare i 40 anni di attività, alcuni gruppi di corredo: gli ultimi, prima del fiore all’occhiello, gli svedesi Hardcore superstar, che non la mandano certo a dire dietro quanto a sfacciataggine, atteggiamenti hard e tatuaggi.
di Luigi Scardigli

PISTOIA. La piazza, quella del Duomo, a Pistoia, è piena: va in scena la quarta serata della 37esima edizione del Festival. Sono quasi in settemila, a saltellare, telefonini alla mano, in barba ai noiosi detrattori del Festival Blues, agli immancabili sofisti (questi si trovano ovunque, anche ai tornei di tresette) e agli intenditori, che vorrebbero puntualmente assistere allo spettacolo dell’artista che è morto o che si esibisce altrove. Chi c’è sul palco? Un’intelligentissima urlatrice, la figlia segreta di Grace Jones, l’ex modella di Brixton, Skin e la sua band inglese, gli Skunk Anansie, che per non saper né leggere, né scrivere, si attrezzano con un’amplificazione furiosa: se qualcosa non va, non se ne accorgerà nessuno. Infatti, nessuno si accorge che la seconda giurata extra comunitaria di X Factor, nonché ex collaboratrice di Raffaele Godano dei Marlene Kuntz nella Canzone che scrivo per te, senza dimenticarla come ex moglie della sua produttrice Christiana Wyly, conosce una sola nota, anche se la usa benissimo.
di Luigi Scardigli
PISTOIA. Il problema è stato il filo del microfono, che lo ha seguito, indispensabilmente, in entrambe le incursioni, in un bis che nessuno, in piazza del Duomo, a Pistoia, avrebbe mai potuto immaginare tanto movimentato, Security compresa, che ha asciugato un altro bucato. Ma procediamo con ordine, nelle fotografie. Con un’ora di anticipo sul tabellino di marcia, sul mega palco del Festival di Pistoia, edizione n° 37, sale Joshua Michael Tillman, ribattezzato, almeno nella serata toscana, Father John Misty. La tematica sonora e culturale di questa giornata di intermezzo è l’IndieRock, affidato alle interpretazioni di due rappresentanti statunitensi: impressionante il fascino esercitato dal mancato pastore anglicano che, seppur appena 35enne, ne è già un autorevole testimonial. Che si piace moltissimo e non lo vuole assolutamente nascondere, con un’enfasi personalistica che a volte trascende anche dalle esigenze dello spettacolo e finisce per essere una riproduzione del canto del cigno.
di Luigi Scardigli
PISTOIA. Perché, noi, alla loro età, non abbiamo fatto lo stesso? Non siamo stati ore e ore a bivaccare sotto il sole cocente delle estati per essere tra i primi a entrare e gustarci, il più possibile vicino al palco, i nostri beniamini di turno? Che non erano i Bastille, d’accordo, ma gruppi che poi hanno fatto la storia – e non solo della musica -, quella che probabilmente non faranno questi ragazzotti inglesi! Ma a loro, alle duemila adolescenti - meno volgari e più pulite delle nostre coetanee - che hanno scarsamente popolato piazza del Duomo per la quarta serata della 37esima edizione del Festival Blues, le risposte che aspettavano, sono arrivate tutte, proprio come desideravano che fossero formulate. La vera anomalia, constatata soprattutto dall’organizzazione, è che tutti, per questa unica data italiana, si aspettavano che la rockprogressiveband attirasse più spettatori. E invece, le sorelle minori delle spettatrici di Mika non sono riuscite a competere con le maggiori, perché in piazza del Duomo, con i Bastille, le seggioline blu - effetto soldout - avrebbero fatto la loro porca figura.
di Luigi Scardigli
PISTOIA. Iniziamo dalla piazza ingiustificatamente semideserta o dalla straordinaria performance degli artisti? Non fa differenza: ci sarà merda per gli uni e rose per gli altri. Perché a questo Festival Blues, ora che non si può più accusare di essere ricettacolo di droga, bivacco di immarcescibili freakttoni, alcova estiva di disturbatori della quiete pubblica, i più accaniti detrattori, che non vengono al Blues, ma che non vediamo mai a teatro, in libreria, al cinema e che sostanzialmente non ridono mai, si erano attaccati, ultima spes, alla questione musicale, accusando Tafuro e la sua direzione artistica di essersi dimenticati del Blues. Ieri sera, però, terza serata della 37esima edizione del Festival di Pistoia, si sono dovuti attaccare loro, al tram, quello chiamato desiderio, perché se fossero venuti, di Blues, ne avrebbero sentito in abbondanza, e di bella posta!
di Luigi Scardigli
PISTOIA. A tutti, indistintamente. A questa città, parecchio strana: pronta a puntare il dito per sollevare obiezioni e critiche, a volte sacrosante, ma che si fa trovare puntualmente impreparata e che soffoca sotto l’infondatezza delle proprie accuse, che finiscono per ritorcersi con i signori che le lanciano solo per il gusto di criticare. Del resto, nella stagione delle piattaforme sociali, che hanno patentato dislessici e cretini, c’è poco da meravigliarsi. Ma sabato 9 luglio, in piazza del Duomo a Pistoia, per la serata GRATUITA della 37esima edizione del Festival Blues, la topclass dei pistoiesi ha nuovamente disertato l’applauso ai suoi beniamini, che sono quelli che altrove raccolgono consensi, contratti, serate indimenticabili. Hanno preferito non mancare di timbrare il cartellino sulla Sala, quella attigua a piazza del Duomo, perché si sa, perdere una serata nel fazzoletto della movida equivale ad essere tagliati fuori e dentro, nel giro, non ci si ritorna più.
di Luigi Scardigli
PISTOIA. E’ la notte dell’Avis, fate attenzione: qualcuno, in piazza del Duomo, fa il verso a una canzone. Anzi. Tributo più profondo, ad onor del vero, non poteva celebrarsi. Ma non solo perché a raccontare una parte dell’immensa antologia poetico-musicale di Fabrizio De André ci fosse suo figlio Cristiano e la sua band: in questo caso non si può parlare di somiglianza, trasmissione dei caratteri, veridicità di un sangue buono. Qui siamo alla reincarnazione, alleggerita, nel trasporto da Fabrizio a Cristiano, della profondità paterna, così acuta e dotta da non essere compresa nemmeno dal figlio, che non ha perso occasione di rinfacciarglielo, anche a Pistoia. E’ bello, però, e molto, che Cristiano, nel bel mezzo dell’elogio a Fabrizio, racconti e denunci al pubblico la sua latitanza familiare. Non sarebbe potuto essere diversamente, non sarebbe stato Fabrizio De André.
AGLIANA (PT). La fedeltà a Django Reinhardt, l’indiscusso ispiratore, si fa affievolendo. E noi la salutiamo con piacere, perché non è una ritrattazione, ma un’evoluzione. Certo, le tematiche restano intimiste e non a caso, nell’era dell’informatica, Maurizio Geri Swingtet ha scelto il vinile per presentare, al teatro Moderno di Agliana, il suo ultimo lavoro, Swing a sud. Il quintetto si è leggermente modificato, ma gli attuali interpreti sono validi e all’altezza dei loro colleghi che li hanno preceduti in questo viaggio a ritroso, inerpicandosi sulle pendici della montagna pistoiese. Con la voce e la chitarra di Maurizio Geri, accompagnato ancora dall’intramontabile contrabbasso di Nicola Vernuccio e dalla chitarra di Luca Giovacchini, Michele Marini al clarinetto e Giacomo Tosti alla fisarmonica.
Ellesse
QUARRATA (PT). All’ennesimo invito – caduto nel vuoto del parco della villa La Magia di Quarrata - ad alzarsi, abbandonando la comodità borghese delle seggioline, per accompagnare, danzando, la loro musica, Mauro Durante, il poeta-sindacalista-strumentista del Canzoniere Grecanico Salentino, si è sentito in dovere di provare ad offendere il pubblico, ricordando loro di aver visto gente fisicamente più partecipe persino ad un seminario di Erri De Luca. A quel punto, anche i più restii al coinvolgimento si sono alzati, ma solo fingendo, ipocritamente, di aver capito. Appena spenti i riflettori che dal palco illuminavano la platea sul green della Magia infatti, si sono riaccomodati.
di Rebecca Scorcelletti
QUARRATA (PT). Ci sono un finlandese, un basco, un irlandese e due italiani sul palco, ma non è una barzelletta. E' accordion Samurai, la formazione che, in prima nazionale, ha aperto ieri sera, 24 giugno, nel parco della villa La Magia, l'edizione 2016 del Quarrata Folk Festival. Arrivata alla sua seconda edizione, la kermesse musicale dedicata alla musica Folk ha costruito la sua prima serata attorno ad uno strumento, l'organetto diatonico e ad una voce, quella di Ginevra Di Marco. Il concerto dei cinque organettisti parte con un soffio potente e ritmato e il piacevole stupore che suscita l'inventiva applicata alla tradizione si ripete ancora, qua e là, nel corso della performance, legato prevalentemente alle ali della formazione, ovvero Kepa Junkera, il basco, e Simone Bottasso, il primo per l'inconfondibile tutt'uno che ti restituisce il colpo d'occhio su un artista talentuoso e sufficiente a se stesso - suo uno dei brani più interessanti, il fandango "Guernica" - l'altro per l'estro e la voglia di comunicare in libertà e fuori dagli schemi.
MONTECATINI (PT). Incombono le clinics, sulla nuova edizione del Pistoia Blues e quest’anno, il mentore, si chiama Muddy Waters. Tutti i bluesman della città, ma non solo, si stanno preparando a raccontare, soprattutto ai più giovani, cosa sia stato, per la musica in generale, ma soprattutto per il Blues (la maiuscola è d’obbligo) e per la beat rock generation, McKinley Morganfield, ribattezzato, dalla nonna, sin dalla più tenera età, acque fangose, Muddy Waters, appunto, per il suo vizio di divertirsi a giocare nelle pozzanghere. Ieri sera, 10 giugno, alle Maschere di Montecatini alto, nonostante il tributo ad uno dei musicisti più influenti del XX secolo sia stato uno soltanto e dedicato (giustamente), da Nick Becattini a Rebecca Scorcelletti, la band sul palco del locale ha sfoderato un bel ripasso dell'indimenticabile e indimenticata lezione.
Ellesse
LUCCA. Non crediamo di essere gli unici ad avere ancora oggi, a più di un anno dalla sua morte, grosse difficoltà ad arrendersi all’idea che Pino Daniele non ci sia più. E l’inconsolabile tristezza aumenta in modo esponenziale quando un motivo qualsiasi ce lo ricorda. Ieri sera poi, a Lucca, nella piazza dell’Anfiteatro, che ospita l’omonima rassegna jazz, Renzo Cresti, il direttore artistico, ha voluto affondare il dito nella piaga, organizzando una serata in suo tributo. Lo ha fatto affidando armi e ricordi al Gruppo Mediterraneo, formazione storica di illustre valore culturale fondata da Giulio D’Agnello, che Pino Daniele lo ricorda parecchio anche nella sua stazza fisica, per non parlare della capigliatura.
Ellesse
LUCCA. Renzo Cresti, oltre che un profondo conoscitore di parecchie musiche, è anche un personaggio che ha dei buoni agganci metereologici. Sì, perché di giorno pioviscola, ma la sera, almeno su quel pezzo di cielo che controlla e protegge piazza dell’Anfiteatro di Lucca, Giove pluvio finge di non essere interessato e il Festival Anfiteatro jazz può tranquillamente svolgersi. Ieri infatti, 3 giugno, dopo una giornata atmosfericamente claudicante, la tregua è scoccata attorno alle 19: giusto il tempo di consentire alla Jam di Lucca di aprire le danze della nuova edizione ed eseguire un omaggio a Lucio Battisti, grazie a tre grandi voci soliste, Terry Horn, Mara Mattei e Matteo Giusti, accompagnate da una band di grande energia, con Simone Giusti alle tastiere, Alessandro Nottoli al basso, Giampiero Morici alle chitarre e Alessandro Pellegrini alla batteria.

Corre voce che I still do sia l’ultimo album di Eric Clapton. L’età (71 anni) è di tutto rispetto, ma nessuno si meraviglierebbe se la mano lenta più famosa del mondo ne sfornasse ancora di gemme in sala di registrazione. Soprattutto ora che si è ricongiunto a Glyn Jones, l’uomo della sua fortuna discografica. Ma anche se così fosse – anzi: diamo per accertato che così sia -, il nuovo album di The man of the blues (cit. Chuck Berry) è davvero un ritorno alle origini, un tuffo nel passato, uno sfogliare foto in bianco e nero dei propri esordi, quelli che ventenne lo videro tra i cofondatori di gruppi leggendari, come gli Yardbirds, i Bluesbreakers e soprattutto, i Cream.
di Alla Munchenbach

PRATO. Durante un’esibizione di Bobo Rondelli sembra quasi di essere dentro un incantesimo; il tempo si ferma, la gente si ama, la vita è poesia. E’ successo così anche ieri sera, 25 aprile, in piazza dell’Università, a Prato, gremita di persone di tutte le età che non si sono volute perdere il concerto del cantastorie livornese, gemma conclusiva della settima edizione di Bomba libera tutti, la Festa della Liberazione organizzata da Assemblea Libertà è Partecipazione, in collaborazione con Left Lab e Anpi di Prato. Sotto all’orologio della Resistenza realizzato dall'artista Alessandra Andrini (lascia stare che non funziona più da anni) e accanto al tabellone dedicato alla famosa frase di Calamandrei, ci stava proprio bene la passione del guascone livornese col suo repertorio di canzoni romantiche, ironiche, a volte un po' caustiche, ma sempre sul filo tra poesia e gioco, così ben miscelati.

Al posto di una Pontiac e di una Mustang (la Cadillac, per le corse, non era proprio il veicolo adatto), ci sono due Maggiolini: lo sfondo, non è il deserto dell’Arizona, da U Turn, ma la zona industriale di Prato. Dentro, nel nuovo Cd di Emiliano Degl’Innocenti, Shake your bones, che ha visto la luce discografica proprio in questi giorni, un tentativo, a nostro avviso riuscitissimo, di una ricontestualizzazione della musica americana degli anni ’60 e ’70. Con la voce e la chitarra dell’artista pistoiese, antica e nuova, prorpio a dare corpo e sostanza all'idea rivitalizzatrice, numerosi amici-colleghi che hanno reso possibile e a volte particolarmente impreziosito, la raccolta: dalla batteria di Enrico Cecconi, alla chitarra di Roberto Luti, passando dalle tre vocaliste che animano l’ultima delle dodici tracce del cofanetto: Chiara Calderale, Valeria Svizzeri e Daphne Nisi.
di Tullio De Piscopo
"Ognuno di noi ha un destino e ha cose da fare - quelli più fortunati riescono a farle. Tullio, la mia vita è legata ad un filo. Dopo l’operazione dovevo campare 10 anni, ne sono passati 24. Personalmente mi ritengo molto fortunato…”. Con la schiettezza e la tranquillità un po’ ironica che lo contraddistinguevano, Pino mi disse queste parole a Conegliano durante una delle pause dell’allestimento del tour “Nero a metà” di dicembre 2014. E’ l’immagine, la prima di tante, che con naturalezza scorrono ogni volta che ripenso alla scomparsa del nostro “fratello in blues”. Più rifletto, più mi rendo conto di quanti punti di contatto esistevano nei nostri modi di esplorare la vita oltre le vicende professionali e di quanto riuscivamo ad intenderci nelle vicissitudini quotidiane e nel rapporto col nostro mondo e con Napoli, la nostra città.
di Luigi Scardigli
QUARRATA (PT). Da Bach a Bach. Nel mezzo, un breve, ma dotto ed esaustivo saggio di Musica. Offerto da una coppia inedita, stravagante, dissimile, tra loro, nel midollo, accomunati però - e in modo plateale -, oltre che dall’amore per la medesima arte, anche e soprattutto dalla sapienza dell’esecuzione. Villa la Magia, Quarrata, a due passi da Pistoia. Nel salone dei rinfreschi e dei concerti, due pianoforti incastonati tra loro, quasi in un amplesso. Alle tastiere dello strumento a sinistra, Antonino Siringo; all’altro, Daniele Biagini. Per sapere da dove vengano, andate su un motore di ricerca: su internet, per leggere questo, ci siete già; iconizzate il testo e ve li cercate, entrambi: è facile, sono soggetti conosciuti, con rispettivi background alle spalle da far invidia a tanti.
di M'Barka Ben Taleb

Mi chiamo M’Barka (Benedetta in italiano) Ben Taleb. Sono nata a Tunisi, cinquanta anni fa, dove per arrotondare facevo la parrucchiera e ogni tanto sfilavo per uno stilista locale; vivevo in una piccola casa di periferia: ricordo tutto, ma più di tutto, il profumo dei gelsomini. Me la ricordo come una città moderna, Tunisi, dinamica, dove però la donna segue l'uomo, sempre. E così, morto mio padre, che lavorava in un cinema e faceva di tutto - staccava i biglietti, proiettava, puliva e chiudeva il portone - mia madre e io non sapevano più che fare.
Leggi tutto: Da Tunisi a Napoli, la costellazione della musica
di Riccardo Onori

È sempre una dimensione strana ed entusiasmante quella del tour: viaggi, arrivi in una città, fai il soundchek, mangi qualcosa e poi via, sul palco. Suoni davanti a tantissima gente che è lì per divertirsi; tu cerchi di farli divertire il più possibile, noi facciamo sempre lo stesso spettacolo, lo abbiamo provato e riprovato tantissime volte, cerchi di arrivare alla perfezione. Fortunatamente la perfezione non esiste; le persone che sono venute ad assistere al concerto non sanno cosa succederà. Per questo per noi è sempre diverso: cambiano le persone e lo spettacolo si adatta a chi ci vede.
QUARRATA (PT). La Magia sembra l’abbiano costruita pensando al suo concerto. E’ il suo ambiente ideale, naturale, con tanto di pubblico, composto, di una certa età, che applaude puntualmente al termine di ogni esibizione e per incanto, all’unisono, interrompe. Se n’è accorto subito, oggi pomeriggio, nel solito salone che ospita concerti di uno dei più recenti patrimoni promossi a beltà tutelare dall’Unesco, Mimmo Locasciulli, in compagnia del figlio Matteo, al violino gigante e Mattia Feliciani, ai pifferi, come quella location di quel sito sperduto nelle colline del Montalbano – chissà mai come faranno a riempirlo, ha detto di essersi preoccupato, prima del concerto – fosse un angolo ideale per le sue canzoni.
di Luigi Scardigli
PISTOIA. Deve prima tornare negli Stati Uniti, a New Orleans, per la precisione. L’assenza forzosa si concluderà soltanto nel 2018, quando finirà il suo embargo; allora, capirà se l’America è davvero di là dal mare, nella sua Livorno o in un rudere ristrutturato della Gallura, dove non gli dispiacerebbe ritirarsi con la compagna, i figli e un cane per comporre la sua musica e prepararsi, spiritualmente, per affrontare le tournée.
di Luigi Scardigli
PISTOIA. Sul tavolo dove la band ha cenato prima di esibirsi, i titolari del Circolo Arci di Bonelle, nella prima cerchia del comune di Pistoia, che hanno ospitato l’evento, hanno scritto: Musicisti, otto. In realtà, sul palco, ci sono poi andati Patrix Duenas, chitarra e voce, Emiliano Degl’Innocenti, come sopra, Pippo Guarnera, organo Hammond, Renato Marcianò, al basso, Pee Wee Durante, tastiere e Hammond e Enrico Cecconi, la batteria.
di Graziano Uliani

PORRETTA. Giugno 1989. Quella edizione di Pistoia Blues era veramente intrigante, un cartellone ricchissimo. La Blues Brothers Band, Eddie Floyd, Robert Cray & The Memphis Horns, Albert King, Chuck Berry, Buddy Guy & Junior Wells, Van Morrison, Willi DeVille, Cab Calloway, Taj Mahal, Zucchero e anche Solomon Burke. Solomon Burke? Sì, ma lui non lo sapeva.
Aveva una voce decisamente importante, Natalie Cole, ma era figlia di uno, Nat King Cole, che della musica era stato una pietra miliare. Per questo, forse, avrebbe fatto meglio a fare altro. Ma con un padre così, era vero, è vero e lo sarà per sempre, forse, anche se deceduto quando lei aveva appena 15 anni, era difficile pensare di intraprendere un’altra carriera.
di Graziano Uliani

PORRETTA. Alan Lomax (1915–2002) è probabilmente l’etnomusicologo, antropologo e produttore discografico più famoso degli Stati Uniti. I viaggi di studio lo portarono a raccogliere materiali sonori in quasi tutto il mondo, dalla Spagna alla Gran Bretagna, dall’Italia al sud America. Insegnò in varie Università statunitensi, tra cui la Columbia University.
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di Luigi Scardigli
PISTOIA. Il Blues e il Gospel sono figli della stessa mamma, l’Africa. I papà, invece, non è da escludere che siano due, ma erano due amici e non si sono mai fatti dispetti. A Pistoia, il Gospel è ormai un appuntamento fisso. A Natale è quasi un obbligo, come le ciliegine sulle torte. E anche stasera, antivigilia del Natale numero 2015, Pistoia non è voluta venir meno alla propria tradizione musicale e al piccolo Teatro Bolognini, organizzata dall’Associazione Pistoia Blues in stretta collaborazione con l’Atp, la serata della musica natalizia è stata intonata dal Coro Gospel Tony Washington.
di Peter Guralnick

Per quanto riguarda il Festival di Porretta devo confessare di essere un neofita. Ho iniziato a venirci solo nel 1995, anche se ne avevo sentito parlare per anni da Rufus Thomas e da Solomon Burke. Però, loro non mi avevano preparato a quello per il quale nessuno avrebbe potuto prepararmi e cioè all’atmosfera che pervadeva non solo la musica, ma l’aria stessa.
di Cristina Salotti

Quando ho iniziato a cantare, ero troppo piccola per capirne il valore oltre il gioco e, per fortuna, abbastanza piccola per interiorizzare senza filtri le sensazioni che la musica mi dava. Crescendo e sovrapponendo filtri, ci sono stati momenti in cui la musica è stata un peso per me, perché non riusciva a dare sfogo a quello che avevo da dire; in più mi allontanava dal resto del mondo. Sentivo che c'era molto di inespresso.
di Graziano Uliani
PORRETTA (BO). Ho iniziato ad ascoltare il soul, anzi il rhythm & blues, come mi piaceva chiamarlo, ascoltando Bandiera Gialla, la mitica trasmissione di Arbore e Boncompagni. Era il periodo d’oro di quella musica, la metà degli anni ’60. Ero poco più di un ragazzo, c’era il beat inglese, i “complessi” italiani che facevano il verso ai gruppi che andavano di moda. Di questi ultimi, senza saperlo, mi piacevano brani che, scoprii più tardi, erano cover di canzoni che sarebbero diventate classici del soul.
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di Luigi Scardigli
QUARRATA (PT). In realtà, è una sherpa, Luisa Cottifogli, che dopo aver trasportato per anni i bagagli degli esploratori degli 8.000, ha deciso che fosse arrivato il momento di cantare. Ha iniziato dalla classica, grazie ad un'acutezza del diaframma che la porta ad esplorare sentieri impervi, ma con il tempo si è lasciata contaminare, in particolare dalle sperimentazioni.
di Donatella Pellegrini
Sono la più piccola di tre sorelle e come succede spesso, in questa situazione, è facile seguire le loro orme. Anche indossare i loro abiti (e non per scelta)!
di Antonino Siringo

Prima di ascoltare la musica di Sun Ra è necessario partire da un presupposto che, per quanto sconcertante, bisognerà necessariamente considerare: Sun Ra non è un terrestre. Per sua stessa ammissione, Sun Ra viene dallo Spazio, più precisamente da Saturno.

di Nick Becattini
Un giorno lontano della mia prima gioventù, pieno di pensieri disperati, dovuti alla nostra drammatica situazione familiare, misi sul piatto un disco di Luther “Georgia Boy” Johnson. Luther era stato uno dei chitarristi di Muddy Waters e ora stava tentando la carriera solista, con tour europeo e conseguente Lp registrato in Francia, come usava all'epoca.
di Antonino Siringo
Il 6 novembre del 2015, alle ore 21, alla Fondazione Luigi Tronci di Pistoia è in programma il concerto del trio formato da Eugenio Sanna (chitarra amplificata, oggetti) - Edoardo Ricci (sopranino, clarinetto basso, oggetti) - Cristina Abati (viola, violoncello).